Politica

Il dilemma TikTok

Articolo tradotto dall'inglese. Leggi la versione originale: The TikTok Dilemma

Negli ultimi giorni si è parlato molto di un possibile divieto negli Stati Uniti del social network TikTok. Il dibattito è stato innescato dalla presentazione al Senato del RESTRICT Act (Restricting the Emergence of Security Threats that Risk Information and Communications Technology). Il disegno di legge consentirebbe al governo statunitense di limitare i servizi esteri di informazione e comunicazione considerati una minaccia per la sicurezza nazionale. Anche se il testo non cita espressamente TikTok, i senatori proponenti hanno nominato l'app più volte durante la conferenza di presentazione del 7 marzo. Se la proposta venisse approvata, quindi, ci sono pochi dubbi che l'attività dell'app ne risentirebbe pesantemente. Ma perché il Senato americano è così preoccupato per un'app di intrattenimento?

Se guardiamo da vicino le caratteristiche di TikTok, vediamo che le preoccupazioni del Senato non sono del tutto ingiustificate. Per cominciare, l'app è di proprietà dell'azienda cinese ByteDance: ciò significa che tutti i dati e le attività della piattaforma sono accessibili al PCC attraverso un comitato interno. ByteDance è infatti obbligata dalla legge cinese sulla sicurezza a consegnare i propri dati al governo di Pechino su richiesta. Inoltre l'app è stata denunciata più volte per l'eccessiva intrusione nei dati personali degli utenti. La stessa informativa sulla privacy di TikTok afferma che l'app ha accesso alla posizione dell'utente, all'indirizzo IP, alle app e ai nomi dei file presenti sul dispositivo, ai modelli di digitazione e persino ai dati biometrici; il tutto è ulteriormente ampliato dai cookie di terze parti che TikTok riceve da oltre 28.000 altre piattaforme e siti. Data la quantità di dati che quest'app fornisce al governo cinese, non sorprende che il suo uso sia già stato vietato sui dispositivi governativi sia negli Stati Uniti sia in Belgio.

Oltre ai timori per la sicurezza dei dati, TikTok è stata accusata anche di diffondere propaganda cinese e di minare la stabilità delle società occidentali. Queste accuse non sono ancora confermate, ma molti segnali vanno in quella direzione. Nel 2019 il Guardian ha pubblicato le linee guida di moderazione, trapelate, della capogruppo ByteDance. Secondo l'articolo, alla piattaforma era stato ordinato di censurare temi «controversi» come piazza Tienanmen o l'indipendenza del Tibet e di Taiwan. L'azienda non ha smentito l'autenticità delle linee guida trapelate, ma ha dichiarato che erano superate e non più in vigore, lasciando aperti i dubbi sulla censura. Un altro caso di censura è stato segnalato dal Washington Post, che ha mostrato come i filmati delle proteste di Hong Kong del 2019 fossero fortemente sottorappresentati sull'app. Inoltre, un'inchiesta di Forbes ha rivelato che più di 300 dipendenti di TikTok avevano lavorato in passato per testate cinesi di proprietà statale, il che indebolisce ulteriormente le rivendicazioni d'indipendenza dell'azienda.

Alla luce di questi elementi, non si può negare che TikTok rappresenti un motivo di preoccupazione per la stabilità e il funzionamento delle nostre democrazie liberali. Scegliere come rispondere a questa minaccia, però, non è facile. Possiamo dire, di fatto, di avere davanti due strategie possibili.

Potremmo optare per un approccio di realpolitik e vietare l'uso dell'app. In fondo è ciò che la Cina ha fatto con la maggior parte delle piattaforme occidentali, come Meta e Twitter, mettendoci in una posizione di svantaggio nella guerra dell'informazione. Vietando TikTok e altre piattaforme «ostili» potremmo ottenere una maggiore stabilità interna e impedire alle forze che mirano a distruggere la democrazia liberale di acquisire troppo potere. Naturalmente questa strategia ci farebbe scendere dal piedistallo: non avremmo più alcuna autorità morale per criticare il PCC, la Russia o la Corea del Nord perché limitano l'informazione dei loro cittadini. Ed è anche possibile che questo approccio si ritorca contro di noi. La libertà di parola non è una parte importante dell'identità di quelle società come lo è per noi: intaccare questa componente della nostra cultura potrebbe renderci ancora più esposti di prima alla manipolazione esterna.

L'altro approccio è quello liberale: lasciare che queste piattaforme siano accessibili ai nostri cittadini (almeno a chi non ricopre incarichi chiave nel governo) e sperare che i nostri anticorpi democratici siano abbastanza forti da proteggerci dalle derive autoritarie. È probabilmente una strategia più rischiosa, ma è l'unica che preserva i nostri valori e ci impedisce di scivolare lungo la china senza fine della censura. Certo, potremmo subire qualche contraccolpo: la disinformazione probabilmente si diffonderà più in fretta e una parte considerevole della popolazione sarà manipolata fino a disprezzare le democrazie liberali in cui vive; eppure è l'unica strada che ci impedisce di diventare proprio ciò da cui ci stavamo difendendo. Personalmente, spero che sceglieremo la seconda opzione.

Bibliografia

https://www.warner.senate.gov/public/index.cfm/2023/3/senators-introduce-bipartisan-bill-to-tackle-national-security-threats-from-foreign-tech

https://www.theguardian.com/technology/2022/nov/07/tiktoks-china-bytedance-data-concerns

https://gizmodo.com/tiktok-ban-joe-biden-28000-apps-sdk-data-china-1850174019

https://www.theguardian.com/technology/2019/sep/25/revealed-how-tiktok-censors-videos-that-do-not-please-beijing

https://www.tiktok.com/legal/page/row/privacy-policy/en

https://www.washingtonpost.com/technology/2019/09/15/tiktoks-beijing-roots-fuel-censorship-suspicion-it-builds-huge-us-audience/?arc404=true

https://www.forbes.com/sites/emilybaker-white/2022/08/10/bytedance-tiktok-china-state-media-propaganda/?sh=47b81827322f

Le opinioni espresse negli articoli sono degli autori e non rappresentano necessariamente quelle dell'associazione o dell'Università Bocconi.

Non esistono pasti gratis.
Milton FriedmanTitolo di un suo libro del 1975

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