Politica

La fine della democrazia?

Articolo tradotto dall'inglese. Leggi la versione originale: The end of democracy?

Negli ultimi giorni i notiziari di tutto il mondo sono stati invasi dalla notizia, e dai successivi commenti, della telefonata trapelata tra Trump e il segretario di Stato della Georgia Brad Raffensperger, in cui il presidente in carica sembrava fare pressione sul funzionario perché «trovasse» altri voti che gli avrebbero potuto consentire di ribaltare il risultato elettorale in quello Stato.

Naturalmente, iniziative del genere da parte di chi ricopre la carica presidenziale non hanno precedenti; Carl Bernstein, il giornalista investigativo che fece lo scoop sul Watergate, ha dichiarato che la condotta di Trump è «molto peggiore» di quella di Nixon. La differenza con il 1974 è che allora i repubblicani erano molto meno disposti di oggi a difendere le azioni del presidente.

Ciononostante, è improbabile che questa notizia, per quanto senza precedenti, cambi granché nella saga di Trump. Il motivo, ovviamente, è che quasi tutto nel mandato di Trump è stato senza precedenti. Gli ultimi quattro anni hanno abituato il pubblico al rapporto conflittuale del presidente con i media, fatto di insulti e dichiarazioni roboanti, di cui gli stessi media portano almeno in parte la responsabilità. Pochi devono ancora farsi un’opinione su Trump. È improbabile che questa telefonata trapelata diventi la «pistola fumante» della sua presidenza.

C’è poi la questione delle vere motivazioni di Trump. Sotto molti punti di vista, lo scenario oggi più probabile, cioè Biden che giura come presidente mentre il suo predecessore continua a non riconoscere la sconfitta, è il miglior esito possibile per Trump: non dovrà sopportare altri quattro anni di critiche continue, che di certo gli sono costate parecchio, e si lascerà alle spalle il peso della responsabilità di capo di Stato, tornando al suo sfarzoso stile di vita da miliardario. Il tutto conservando, agli occhi dei suoi sostenitori, l’immagine del leader populista mai sconfitto: le stime variano, ma in media i sondaggi indicano che tra il 70% e il 90% degli elettori di Trump crede che le elezioni siano state «rubate». È stato detto che a Trump non importa se metà dell’America lo odia, purché l’altra metà lo ami, ed è esattamente ciò che sembra accadere.

È riuscito nell’impresa, difficile per un presidente in cerca di un secondo mandato, di aggiungere dodici milioni di voti rispetto alle elezioni precedenti (Obama, per confronto, perse quattro milioni di voti tra il 2008 e il 2012), e probabilmente gli andrà bene presentarsi a quegli elettori come l’eroico candidato a cui le elezioni sono state rubate perché il codardo establishment repubblicano non lo ha sostenuto.

I repubblicani hanno pagato a caro prezzo questa pericolosa disillusione dei loro elettori nei confronti della democrazia. Ha depresso l’affluenza repubblicana nei due ballottaggi per il Senato in corso in Georgia, cosa che probabilmente costerà al GOP entrambi i seggi e il controllo del Senato, visto che i democratici si sono presentati alle urne più o meno nella stessa misura delle elezioni di novembre.

Intorbidire le acque e mostrare ai suoi sostenitori che non si è mai arreso fino all’insediamento del nuovo presidente è probabilmente l’unico obiettivo di Trump, a prescindere dai danni collaterali per il «suo» partito.

Più importante dell’eredità di Trump, però, è il danno che questa controversia elettorale arreca al prestigio dell’America nel mondo. Le accuse di elezioni truccate sono munizioni preziose per le macchine propagandistiche dei regimi ostili e antidemocratici. In futuro sarà molto più difficile per gli Stati Uniti contestare la legittimità delle elezioni in Paesi come la Bielorussia e il Venezuela, o accusare la Cina di soffocare la democrazia a Hong Kong.

Tragicamente, è probabilmente proprio sulla via d’uscita che Trump ha inflitto il suo danno peggiore al ruolo degli Stati Uniti come superpotenza.

Le opinioni espresse negli articoli sono degli autori e non rappresentano necessariamente quelle dell'associazione o dell'Università Bocconi.

Per portare uno Stato dalla barbarie più profonda alla massima prosperità non serve molto altro: pace, tasse leggere e una giustizia amministrata in modo accettabile.
Adam SmithLezione del 1755, riportata da Dugald Stewart

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