Economia e finanza

Fare trading ai tempi del coronavirus: si possono lasciare in pace i mercati finanziari?

Articolo tradotto dall'inglese. Leggi la versione originale: Trading during the age of Coronavirus: can financialmarkets be left alone?

Gli indici mondiali stanno attraversando una fase difficile, a dir poco. Nelle ultime due settimane l’S&P 500 ha perso il 7% (o più) rispetto alla chiusura del giorno precedente in quattro diverse occasioni, facendo scattare il primo (di tre) livelli di circuit breaker, che ha sospeso le contrattazioni al NYSE per 15 minuti. Questa situazione ha aperto la strada a richieste di ulteriori restrizioni, come la riduzione degli orari di negoziazione, il divieto di vendite allo scoperto e la sospensione a tempo indeterminato delle contrattazioni in molte delle maggiori borse del mondo.

Sebbene queste proposte abbiano qualche merito, soprattutto i circuit breaker, chiudere i mercati farebbe più male che bene e rischierebbe di amplificare la spettacolare ondata di vendite che sta travolgendo i mercati, come hanno osservato diversi esperti del settore.

I circuit breaker potrebbero frenare la spirale della volatilità e tenere a bada i trader ad alta frequenza, in una fase in cui i volumi di scambio hanno toccato livelli quasi record. Le vendite dettate dal panico dopo una cattiva notizia potrebbero essere contenute, aiutando gli investitori a rivedere aspettative e strategie e rendendo più ordinate le contrattazioni successive. Tuttavia, causano anche l’annullamento di innumerevoli operazioni: anche se già eseguite, queste vengono stornate, mettendo in difficoltà molti operatori di mercato.

Osservando la reazione immediata dei mercati alla ripresa delle contrattazioni dopo i 15 minuti di sospensione, risulta evidente che ogni volta l’S&P 500 ha chiuso con una perdita superiore al 7%, il che getta dubbi sull’utilità dei circuit breaker. Un altro ottimo esempio della presunta inefficacia di questo strumento viene dalla Cina nel 2016, quando il governo decise di rivedere il proprio sistema di circuit breaker dopo aver concluso che in realtà aggravava il clima negativo e ostacolava la ripresa del mercato.

I circuit breaker sui singoli titoli hanno però raccolto qualche consenso, tra cui quello di Phil Mackintosh, chief economist di NASDAQ Inc, secondo cui offrono ai prezzi delle azioni barriere di protezione essenziali e lasciano agli investitori un po’ di respiro.

Chiudere i mercati per un periodo prolungato, invece, è tutt’altra storia: nell’America del XXI secolo è accaduto solo due volte, dopo gli attentati dell’11 settembre e durante l’uragano Katrina. L’effetto più immediato della chiusura dei mercati è privare gli investitori di informazioni importanti sui prezzi e sottrarre all’economia liquidità vitale, mettendo sotto pressione le dinamiche di mercato.

In risposta all’epidemia di Covid-19, il 16 marzo le Filippine hanno deciso di sospendere a tempo indeterminato tutte le contrattazioni su azioni, obbligazioni e valute, diventando il primo Paese ad adottare una misura così drastica. La decisione è arrivata dopo che il governo non era riuscito a sostenere i prezzi imponendo ai fondi pensione di raddoppiare i propri volumi medi di scambio. La misura potrebbe spingere altri Paesi a seguirne l’esempio, creando non pochi grattacapi a trader e investitori.

Una politica di questo tipo mira a proteggere gli operatori di mercato dal calo dei prezzi e da una forte volatilità, nella speranza che durante la chiusura le condizioni economiche si stabilizzino e le paure degli investitori si plachino. Se ciò non accade, aumenta la probabilità di una forte ondata di vendite alla riapertura, che minaccerebbe ulteriormente mercati già fragili.

È interessante notare che le Filippine hanno ripreso le contrattazioni dopo due giorni, e ciò che è successo dopo dovrebbe servire da monito a chiunque pensi di imitarne la gestione della crisi: i prezzi delle azioni sono crollati del 13,3%, il più grande calo giornaliero della storia, chiudendo ai minimi dal 2009. Manny Cruz, strategist di Papa Securities Corp, ha riassunto perfettamente la situazione: «Il denaro che voleva uscire si è accumulato, gli investitori si sono spaventati e hanno perso la certezza di poter uscire quando vogliono, così hanno colto la ripresa delle contrattazioni come l’occasione per correre al riparo». Lo stesso ragionamento varrà probabilmente per gli investitori di qualsiasi mercato del mondo, spianando potenzialmente la strada a un’ondata di vendite disastrosa.

Alcuni sostenitori della sospensione delle contrattazioni sostengono che durante una crisi di questa portata i mercati non possano svolgere le loro funzioni fondamentali, come la formazione dei prezzi e la definizione di un prezzo pubblico affidabile per gli scambi. Questo ragionamento presuppone che i mercati siano “rotti”, e che quindi chiuderli sia la scelta più sensata.

Come ha osservato il comitato editoriale del Financial Times, ciò potrebbe lasciare gli investitori senza un prezzo di riferimento e rendere ancora più complicata la valutazione dei titoli, favorendo ulteriori oscillazioni al ribasso. I prezzi di mercato riflettono il sentiment degli investitori, a sua volta influenzato dalle notizie e dai fondamentali: se c’è forte timore di una recessione mondiale, è giusto che i prezzi ne tengano conto. Inoltre, con i mercati chiusi, eventuali progressi nello sviluppo di un vaccino o dati economici positivi non verrebbero incorporati tempestivamente nei prezzi; e gli effetti delle politiche pubbliche non potrebbero essere quantificati in alcun modo nel breve periodo, con un aumento dell’incertezza.

Per quanto riguarda la trasparenza dei prezzi, occorre comprendere il ruolo dei venditori allo scoperto, che possono facilmente essere visti come avvoltoi che approfittano delle difficoltà economiche anziché come attori importanti nella formazione dei prezzi e nel richiamare il management delle imprese alle proprie responsabilità. Ciò detto, diversi Paesi hanno vietato le vendite allo scoperto per tre o sei mesi, tra cui Corea del Sud, Italia e Spagna.

Jay Clayton, presidente della SEC, ha dichiarato di recente che i mercati devono restare aperti in questi tempi difficili, poiché le banche sono in una buona posizione per affrontare questa crisi e fornire credito e liquidità alle imprese in difficoltà (a differenza di quanto accaduto nella crisi finanziaria del 2008). Inoltre, come ha osservato l’amministratrice delegata di NASDAQ, Adena Friedman, le imprese hanno bisogno di accedere ai mercati dei capitali per finanziare le proprie attività, e in questa situazione la trasparenza dei prezzi diventa fondamentale.

Infine, tenere aperti i mercati spinge i Paesi a non affidarsi soltanto alla politica monetaria e ad adottare politiche fiscali rapide e decise per contrastare le ricadute economiche dell’epidemia. Lo si vede negli Stati Uniti: le misure “estreme” della Fed (tra cui l’azzeramento dei tassi di interesse e un programma di quantitative easing da 700 miliardi di dollari) finora non sono riuscite a calmare gli investitori, spingendo l’amministrazione Trump a proporre una serie di pacchetti di stimolo, tra cui una legge bipartisan da circa 100 miliardi di dollari per finanziare i test per il coronavirus e un taglio temporaneo delle imposte sui salari.

In conclusione, la solidità dei mercati finanziari è messa alla prova, e alterarne artificialmente il comportamento rischia di distorcerne le funzioni fondamentali, alimentando ulteriore incertezza in una situazione già molto grave.

https://www.ft.com/content/1afc0f46-8221-4853-b66d-aaf6cb2f9a6d

https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-03-16/sec-s-clayton-rejects-speculation-markets-should-be-shuttered

https://www.ft.com/content/1b0d27a0-6857-11ea-800d-da70cff6e4d3

https://www.ft.com/content/a5678480-67fe-11ea-800d-da70cff6e4d3

https://www.wsj.com/articles/traders-question-value-of-stock-market-circuit-breakers-11584351001

https://finance.yahoo.com/news/philippines-record-plunge-shows-risks-065311494.html

Le opinioni espresse negli articoli sono degli autori e non rappresentano necessariamente quelle dell'associazione o dell'Università Bocconi.

Uno dei grandi errori è giudicare politiche e programmi dalle intenzioni invece che dai risultati.
Milton FriedmanIntervista a The Open Mind, 1975

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