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Il coinvolgimento americano nel Corno d’Africa: un’analisi

Articolo tradotto dall'inglese. Leggi la versione originale: An Analysis of American Involvement in the Horn of Africa

L’Africa orientale è un luogo di straordinaria bellezza: la Great Rift Valley in Kenya e i monti Semien in Etiopia sono meraviglie naturali uniche. Altrettanto varie sono le sue popolazioni: le molte tribù etniche hanno tradizioni, usanze e culture diverse. Nella storia recente, però, la regione è stata flagellata da guerre e terrorismo. La guerra civile in Somalia e l’attività terroristica di al-Shabaab in tutta l’area mettono seriamente a rischio la prosperità dell’Africa orientale.

Sebbene l’Africa orientale abbia sempre conosciuto conflitti etnici e povertà, il terrorismo mise davvero radici nel Corno d’Africa nel 1998, quando al-Qaida colpì con due attentati le ambasciate degli Stati Uniti a Dar es Salaam e a Nairobi, uccidendo più di 240 persone. Al-Qaida, all’epoca un gruppo relativamente sconosciuto, rivendicò gli attacchi spiegando che erano motivati dalla presenza di truppe americane in Arabia Saudita dopo l’invasione irachena del Kuwait. Fu il primo grande attentato terroristico in Africa e avrebbe anticipato gli attacchi dell’11 settembre 2001. Molti esperti considerano questi due attentati l’inizio della guerra al terrore, dato che tredici giorni dopo gli Stati Uniti risposero con attacchi missilistici contro obiettivi terroristici in Afghanistan e in Sudan. Nei dieci anni successivi, con l’intervento americano in Iraq e in Afghanistan, al-Qaida spostò la propria attenzione fuori dall’Africa, ma un nuovo gruppo affiliato, al-Shabaab, si impose rapidamente come la principale organizzazione terroristica dell’Africa orientale. Il gruppo estremista era nato da una scissione di un partito politico islamico durante la guerra civile somala e, dopo essersi rapidamente espanso e aver consolidato il proprio potere in alcune zone della Somalia, allargò la sua influenza a tutta l’Africa orientale.

La Repubblica Somala nacque nel 1960 dalla decolonizzazione e dall’unificazione della Somalia britannica e di quella italiana. Ebbe vita breve: era dilaniata da conflitti tribali e dalla corruzione, che ne avrebbero causato la fine. Nel 1969, dopo l’assassinio del presidente da parte di una delle sue guardie del corpo, il generale Siad Barre prese il potere con un rapido colpo di Stato militare. Barre instaurò in fretta un regime duro: mise al bando i partiti politici, fece arrestare gli oppositori e sospese perfino la costituzione in vigore. Il regime durò fino al 1991, quando fu rovesciato dai ribelli del Congresso Somalo Unito; dopo la caduta di Barre, tuttavia, la Somalia non riuscì a darsi un governo unitario. Il paese precipitò invece in un profondo vuoto di potere, segnato da violenze sanguinose tra clan e milizie. La guerra civile e la carestia che ne seguì furono disastrose e, dopo mesi di violenze, nel 1992 l’ONU decise di intervenire. Una coalizione guidata dagli Stati Uniti, UNOSOM, entrò in Somalia con l’obiettivo di consentire l’arrivo degli aiuti umanitari e di ristabilire la stabilità. Alcune milizie, in particolare quella del generale Mohamed Farah Aidid, videro nella presenza dell’ONU una minaccia al proprio potere e reagirono con ostilità. La violenza raggiunse il culmine con la battaglia di Mogadiscio dell’ottobre 1993, che provocò pesanti perdite quando una missione delle forze speciali statunitensi, incaricata di catturare alcuni capi della milizia di Aidid, andò storta. Morirono 19 soldati americani e altri 9 caschi blu. Fu, all’epoca, la battaglia più sanguinosa per i soldati americani dalla fine della guerra del Vietnam. Il fallimento della missione suscitò dure critiche negli Stati Uniti e costrinse il presidente Bill Clinton a sospendere ogni azione militare contro la milizia di Aidid. La battaglia di Mogadiscio e la persistente ostilità verso i caschi blu spinsero l’ONU a ritirarsi completamente dalla Somalia nel 1995.

(A sinistra) Mio padre seduto su un carico di grano a bordo di un C-130 dell’aeronautica canadese durante una missione dell’UNHCR a Mogadiscio, fine 1993. (A destra) Mio padre, durante una missione umanitaria del 1994 nella città di Baidoa, visita l’ospedale per vedere i danni subiti dai civili e valutare il bisogno di sostegno umanitario.

Il caos e la violenza tra clan proseguirono senza che le organizzazioni internazionali vi ponessero freno. Nel 2000 fu creato in Kenya un governo di transizione sostenuto dalla comunità internazionale (TFG), ma solo nel 2006 il governo sarebbe tornato in Somalia. Nel 2006 vi fu una seconda battaglia per Mogadiscio tra l’Alleanza per il ripristino della pace e l’antiterrorismo (ARPCT), sostenuta dagli Stati Uniti, e l’Unione delle Corti Islamiche (ICU). L’ARPCT è stata spesso criticata come una coalizione di signori della guerra appoggiati da Washington per impedire l’ascesa di un governo islamico. La guerra per procura fallì, però, e l’ICU si mosse per consolidare il controllo della maggior parte della Somalia meridionale. Il governo di transizione fu così costretto a rifugiarsi nella città di Baidoa sotto la protezione dei soldati etiopi. Nel 2007 l’esercito etiope lanciò un’offensiva in Somalia e contribuì a riconquistare la capitale. La seconda battaglia di Mogadiscio permise finalmente al governo di transizione di insediarsi nella capitale. L’Unione delle Corti Islamiche crollò, ma la sua ala più estremista, al-Shabaab, continuò ad attaccare il TFG. Gli attacchi di al-Shabaab e la diffusa sfiducia della popolazione verso il governo nazionale, spesso visto come un fantoccio dell’Etiopia, prolungarono il conflitto. Verso la fine del 2007 una forza di pace dell’Unione Africana (AMISOM) fu schierata a Mogadiscio per proteggere il TFG. Negli anni seguenti al-Shabaab continuò a guadagnare terreno, arrivando a conquistare ampie porzioni della Somalia meridionale e centrale. Dal 2012 l’intensificarsi dei raid aerei americani e il maggior successo delle missioni dell’AMISOM e delle milizie locali ne hanno ridotto i territori. Nonostante le perdite territoriali, al-Shabaab ha continuato a rafforzarsi, radicandosi sempre più nelle comunità locali. La povertà endemica e l’instabilità politica hanno reso la Somalia un ambiente favorevole al reclutamento terroristico. Al-Shabaab continua a far sentire la propria influenza nella regione e ancora oggi resta la principale minaccia alla stabilità non solo della Somalia, ma dell’intera Africa orientale.

Al-Shabaab è responsabile di numerosi attentati sanguinosi e di grande risonanza che hanno scosso la regione. Il gruppo colpisce senza remore obiettivi governativi e civili. Nel 2014 attaccò Villa Somalia, il palazzo presidenziale di Mogadiscio, lasciando 14 morti. Nel 2016 assaltò una base UNISOM uccidendo più di 140 soldati. Fuori dalla Somalia è stato responsabile dell’assedio del centro commerciale Westgate di Nairobi, che nel 2013 causò 68 morti in quattro giorni di scontri, e dell’uccisione di oltre 150 studenti al Garissa College, nel Kenya orientale, nel 2015. L’ultimo grande attacco è stata una sparatoria in un hotel a cinque stelle di Nairobi all’inizio del 2019, presentata come una rappresaglia per l’aumento degli attacchi con i droni in Somalia deciso dal presidente Trump e per il trasferimento dell’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. L’attentato più sanguinoso in Somalia avvenne nell’ottobre 2017, quando due camion carichi di esplosivo saltarono in aria nel centro di Mogadiscio uccidendo 512 persone, in larghissima parte civili. Al-Shabaab non ha rivendicato l’attacco, ma la comunità internazionale lo attribuisce al gruppo legato ad al-Qaida. Benché negli ultimi anni al-Shabaab abbia perso terreno, ha dimostrato di saper ancora compiere attacchi efferati contro obiettivi civili e militari in tutta la regione.

Il Kenya, per la vicinanza geografica alla Somalia e per i legami politici, è il paese che più ha risentito dell’instabilità del vicino. Forte alleato degli Stati Uniti e dell’Occidente, è stato il bersaglio principale di al-Shabaab. Gli Stati Uniti gestiscono in Kenya la base militare di Camp Simba, utilizzata per missioni di ricognizione, con droni e di forze speciali in Somalia. La base serve anche ad addestrare le truppe keniote e degli altri contingenti dell’AMISOM a combattere al-Shabaab. Il Kenya ha inoltre accolto centinaia di migliaia di profughi somali; anzi, i tre campi profughi più grandi del mondo si trovano tutti in Kenya, vicino al confine con la Somalia. Il paese è stato preso di mira per i suoi stretti rapporti con l’Occidente e per la partecipazione alla missione AMISOM, come mostrano gli obiettivi dei passati attentati di al-Shabaab. Il Westgate di Nairobi è un centro commerciale di lusso con un cinema, marchi internazionali e un casinò. Il centro simboleggia la ricchezza e la prosperità associate all’influenza occidentale; l’edificio elegante contrasta nettamente con le strade sterrate di Nairobi che lo circondano. Sono stati presi di mira anche gli hotel di lusso frequentati da funzionari governativi e da stranieri facoltosi. Nonostante le atrocità subite, i kenioti restano saldi nel loro sostegno alla missione AMISOM.

Quattro uomini luo posano per una foto a Migori, in Kenya. L’uomo a sinistra indossa una maglietta con l’immagine di Barack Obama, il cui padre nacque e crebbe nei dintorni e apparteneva allo stesso clan etnico.

Due scolari posano dopo avermi chiesto di fotografarli, provincia di Nyanza, Kenya, 2018

Con l’insediamento del presidente Biden, si apriranno decisioni cruciali sul coinvolgimento americano nella regione. Due episodi recenti hanno ricordato al governo statunitense quanto sia complicato il ruolo del paese. All’inizio di novembre del 2019 un veterano della CIA, ex Navy SEAL, è rimasto ucciso nel sud della Somalia durante un raid contro un artificiere di al-Shabaab. E il 5 gennaio al-Shabaab ha condotto un’incursione all’alba contro la base americana di Manda Bay, nel nord-est del Kenya, vicino al confine somalo. L’attacco a sorpresa ha causato la morte di 3 militari delle forze speciali americane e la distruzione di un aereo spia statunitense. L’esercito era impreparato e il Pentagono ha subito inviato rinforzi per fortificare la base, trasferendo inoltre dei Berretti Verdi dalla Germania a Gibuti, la più grande base del Pentagono nella regione. È stato un duro promemoria della minaccia rappresentata da al-Shabaab, e il Pentagono è stato molto criticato per le sue attività in Africa orientale. In Somalia non esistono soluzioni semplici. Anche se gli Stati Uniti e le forze alleate riuscissero a sconfiggere al-Shabaab, resterebbero molti dubbi sulla capacità del governo di unire pacificamente i vari clan, un’impresa che nessun governo è riuscito a compiere dalla caduta del regime di Barre nel 1991.

Purtroppo per l’Occidente, la forza più capace di garantire stabilità è stata al-Shabaab: pur rigidissimi e violenti, gli estremisti islamici sono riusciti a sedare le tensioni etniche e a creare un sistema giudiziario nel complesso equo nei territori sotto il loro controllo. Hanno commesso numerosi crimini contro l’umanità, ma in oltre vent’anni di guerra civile sono l’unico gruppo ad aver mostrato anche solo un barlume di capacità nel gestire le tensioni tra i clan. I limiti dei governi sostenuti dall’Occidente sono evidenti e rafforzano gli interrogativi sui piani americani per la Somalia: qual è l’obiettivo finale e come lo si raggiungerà? Forse si dovrebbe prendere esempio dal Kenya, dal Ruanda o da altri paesi dell’Africa orientale su come bilanciare le differenze etniche, ma purtroppo per il popolo somalo non esiste una soluzione semplice. L’aumento degli attacchi con i droni e l’addestramento dei soldati africani hanno contribuito a respingere al-Shabaab, ma non ad accrescere la stabilità di lungo periodo. Il presidente Biden sarà costretto a riconsiderare la posizione degli Stati Uniti, perché la morte di soldati americani non è cosa da prendere alla leggera e con ogni probabilità provocherà una risposta.

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Le opinioni espresse negli articoli sono degli autori e non rappresentano necessariamente quelle dell'associazione o dell'Università Bocconi.

I grandi progressi della civiltà, nell'architettura come nella pittura, nella scienza come nella letteratura, nell'industria come nell'agricoltura, non sono mai venuti da un governo centralizzato.
Milton FriedmanCapitalism and Freedom, 1962

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