Politica
Il divario retributivo di genere da un punto di vista empirico

Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da un aumento delle tensioni sociali e da una crescente attenzione verso diversi movimenti per la giustizia sociale. L'esposizione a questi ultimi passa attraverso molteplici media e soggetti: celebrità che denunciano l'insopportabile discriminazione di genere da parte dei datori di lavoro, oggi presente nella maggior parte dei settori; leader di movimenti che marciano contro la discriminazione razziale, ritenendola la causa principale (a volte l'unica) di ogni disuguaglianza di reddito su base etnica; dibattiti nazionali sull'adozione di misure governative per diversificare la rappresentanza etnica e di genere nelle imprese e nel mondo accademico, e così via.
La disuguaglianza di reddito tra i generi è stata comunemente indicata come il risultato della discriminazione da parte dei datori di lavoro, una spiegazione che può sembrare ragionevole quando si è bombardati ogni giorno da statistiche generiche sul tema, come quella secondo cui nel 2020 le donne guadagnavano in media 81 centesimi per ogni dollaro guadagnato da un uomo, o quella secondo cui nel 2018, nell'UE, le donne guadagnavano in media il 14,1% in meno all'ora rispetto agli uomini. Questi valori sono senz'altro reali, ma si basano sui salari medi di entrambi i generi: come possiamo fare inferenze e trarre nessi causali da risultati statistici così semplicistici, riferiti a gruppi tanto eterogenei? Non andrebbero considerati il livello di istruzione, la professione, il tasso di innovazione del settore, l'età, lo stato civile, le scelte genitoriali e altre variabili?
Il punto centrale viene persino prima di qualsiasi tentativo di spiegazione o di soluzione: riguarda l'esistenza stessa del problema. Se questi risultati statistici sono così imperfetti, forse non sono, in partenza, buoni indicatori di un'anomalia nel divario retributivo di genere. Prima di trarre una conclusione semplicistica su qualsiasi apparente differenza significativa tra donne e uomini in termini di occupazione, retribuzione o carriera, occorre condurre un'analisi rigorosa dei dati e, soprattutto, farlo in modo trasparente e libero da qualunque ideologia dominante.
Il confronto
Uno studio condotto in Gran Bretagna ha rilevato che, nei lavori a tempo pieno, le donne guadagnavano in media il 17% in meno all'ora rispetto agli uomini; tuttavia, scomponendo i due gruppi per età, il reddito delle giovani britanniche era pari al 91% di quello degli uomini, mentre dopo essere diventate madri scendeva ad appena il 67% di quello degli uomini a loro volta padri. L'economista Thomas Sowell, Rose and Milton Friedman Senior Fellow on Public Policy presso la Hoover Institution della Stanford University, ha scritto e parlato a lungo dell'argomento. «Il reddito delle madri, in percentuale rispetto a quello maschile, è calato in modo più o meno costante fino a circa dodici anni dopo il parto, quando ha cominciato a risalire» (Sowell, 2007), senza però mai tornare al livello precedente alla gravidanza. Molti altri studi condotti in diversi Paesi occidentali indicano la stessa tendenza, anche quelli relativi ai lavori part-time.
Sowell ha inoltre osservato che il termine «single» può comprendere donne e uomini mai sposati, ma anche persone attualmente non sposate che potrebbero esserlo state in passato. Per amor di precisione, i confronti di genere andrebbero fatti tra uomini e donne «mai sposati» anziché tra uomini e donne single, dato che il reddito annuo di una donna oggi single sulla cinquantina, ma che, per esempio, in passato è stata sposata e ha interrotto la carriera per diversi anni (o ha svolto un lavoro part-time), sarà molto diverso da quello di una donna mai sposata che non ha mai interrotto un impiego a tempo pieno. Confrontando uomini e donne mai sposati, oltre l'età fertile ed entrambi occupati a tempo pieno, il risultato è che le donne guadagnano di fatto più degli uomini. Inoltre, i dati statunitensi mostrano che nel 1971, prima di qualsiasi intervento governativo significativo a favore delle donne, quelle che avevano lavorato ininterrottamente dalla fine delle superiori guadagnavano più degli uomini della stessa categoria.
Un altro aspetto da considerare è che non tutti i lavori sono uguali: differiscono, in particolare, per l'orario, e si classificano in genere come lavori part-time e a tempo pieno. Secondo l'OCSE, nel 2018 l'occupazione femminile part-time rappresentava il 37% dell'occupazione femminile totale nel Regno Unito e, dato ancora più interessante, due dei Paesi più prosperi d'Europa, Svizzera e Paesi Bassi, registravano i valori più alti, rispettivamente il 45% e il 58%, mentre l'occupazione maschile part-time si fermava intorno al 10% e al 15% dell'occupazione maschile totale. Inutile dire che il reddito annuo di un lavoro part-time è sensibilmente inferiore a quello di un impiego a tempo pieno; inoltre, non tutti i settori consentono il part-time, che è più diffuso nei lavori temporanei e a basso valore aggiunto che in quelli molto qualificati. Meno ore lavorate e una diversa distribuzione dei generi tra le professioni contano molto nello spiegare perché le donne guadagnino in media meno degli uomini, e non perché siano pagate meno degli uomini per lo stesso lavoro. Per di più, scelte lavorative diverse possono significare anche non lavorare affatto. Secondo quanto scritto dal New York Times nel 2005, solo il 56% delle laureate di Yale lavorava, contro il 90% degli uomini (Story, 2005).
Controllando per il lavoro part-time e a tempo pieno e per la genitorialità, uno studio ha rivelato che il divario retributivo di genere è del 5% per i lavoratori part-time tra i 21 e i 35 anni senza figli, inferiore al 3% per i lavoratori a tempo pieno della stessa fascia d'età senza figli, e che «non esiste alcun divario retributivo per i lavoratori a tempo pieno tra i 21 e i 35 anni che vivono da soli» (Hattiangadi & Habib, 2000). È importante precisare che i divari esistenti possono essere dovuti alla discriminazione, ma anche a qualsiasi altro fattore, come il fatto che gli uomini svolgono lavori fisicamente più pesanti. Per questo è estremamente difficile attribuire alla discriminazione dei datori di lavoro differenze di reddito significative rilevate da statistiche generiche, quando in realtà il suo peso è molto minore o nullo.
I risultati
Gli argomenti presentati mostrano una correlazione negativa tra matrimonio e maternità da un lato e progressione di carriera delle donne dall'altro, dato che le donne sposate e con figli erano quelle più indietro rispetto agli uomini della stessa categoria per carriera e reddito. Ciò avrà inoltre conseguenze sull'accesso delle donne a ruoli che richiedono un'eccellente progressione di carriera, conoscenze accumulate e produttività, come gli incarichi nei consigli di amministrazione, per esempio le posizioni di amministratore delegato. Eppure, a un occhio poco informato, tutto questo può sembrare il risultato della discriminazione dei datori di lavoro o di un «soffitto di cristallo» con cui forze patriarcali impediscono alle donne di avanzare.
Queste variabili, inoltre, non solo hanno un impatto negativo sulla carriera delle donne, ma possono avere effetti opposti su donne e uomini: in altre parole, matrimonio e genitorialità riducono il reddito, la continuità lavorativa e le ore lavorate delle donne, mentre per gli uomini possono tradursi in più ore di lavoro, maggiore partecipazione al mercato del lavoro, carriere più lunghe e avanzamenti, con il risultato di un divario di reddito tra uomini e donne più ampio negli ultimi anni di carriera.
Il passo successivo è chiedersi perché queste variabili abbiano effetti così negativi sulla carriera delle donne. Innanzitutto, le donne sono (ancora) l'unico genere in grado di procreare e di portare in grembo la futura generazione umana, con evidenti conseguenze fisiche durante la gestazione e nei mesi successivi. In secondo luogo, un'altra ragione può essere l'aspettativa sociale che le donne si facciano carico delle responsabilità domestiche mentre il partner si occupa di quelle professionali. Ciò può comportare la rinuncia a occasioni di avanzamento, come già accennato, ma anche l'interiorizzazione delle future scelte genitoriali già al momento di scegliere una carriera. In un mondo sempre più sviluppato, il modo concreto di portare avanti la propria vita dipende dalle libere scelte di ciascuna coppia, ed entrambi i generi devono avere pari opportunità in ognuna di queste scelte; ma, date alcune delle variabili presentate, non ci si può aspettare risultati uguali.
Infine, la discriminazione dei datori di lavoro viene comunemente e semplicisticamente presentata come una delle cause principali del divario retributivo di genere, e può essere usata erroneamente per giustificare interventi delle imprese e dei governi. Tuttavia, guardando più da vicino, la differenza residua di reddito tra i generi attribuibile alla discriminazione è piccola, a volte persino nulla. Le variabili causali più evidenti sono quelle che derivano da libere scelte legate al benessere familiare, alla genitorialità e allo stato civile.
BIBLIOGRAFIA
PayScale (2020). The State of the Gender Pay Gap 2020. Disponibile su https://www.payscale.com/data/gender-pay-gap
Commissione europea (2018). The gender pay gap situation in the EU. Disponibile su
Sowell, T. (2007), Male-Female Facts and Fallacies. (2ª ed.), Economic Facts and Fallacies (pp. 59-90). Basic Books.
Story, L. (20 settembre 2005). Many women at Elite Colleges Set Career Path to Motherhood. New York Times, p. A18.
OCSE (2019). LMF1.6: Gender differences in employment, https://www.oecd.org/els/LMF_1_6_Gender_differences_in_employment_outcomes.pdf
Hattiangadi, A. U., & Habib, A. M. (2000). A Closer Look at Comparable Worth, Employment Policy Foundation.
(15 aprile 2006). A Guide to Womenomics. The Economist. https://www.economist.com/finance-and-economics/2006/04/12/a-guide-to-womenomics
(4 marzo 2006). A Hand that Rocks the Candle, The Economist. https://www.economist.com/britain/2006/03/02/the-hand-that-rocks-the-cradle
Leonhardt, D. (24 dicembre 2006). Scant Progress on Closing the Gap in Women's Pay, New York Times.
Le opinioni espresse negli articoli sono degli autori e non rappresentano necessariamente quelle dell'associazione o dell'Università Bocconi.
Non esistono pasti gratis.
Milton FriedmanTitolo di un suo libro del 1975