Economia e finanza

Due mondi, una rivoluzione: 150 anni di marginalismo

Articolo tradotto dall'inglese. Leggi la versione originale: Two Worlds, One Revolution: 150 years of Marginalism

Parte 1: la meccanica di Jevons

Nel 1871 due economisti, l’austriaco Carl Menger e il britannico Stanley Jevons, presentarono con grande efficacia un nuovo approccio all’economia, soprattutto per quanto riguarda lo scambio e la distribuzione. Con l’ulteriore contributo di Léon Walras nel 1874 nacque la cosiddetta rivoluzione marginalista: i marginalisti confutarono principi cardine dell’economia classica (e marxista) e ne sostituirono l’impostazione generale con la moderna analisi marginale.

Da parte mia sarebbe inutile, e di certo noioso, esplorare i fondamenti teorici della rivoluzione marginalista in quanto tale: economisti molto competenti l’hanno già esaminata in modo notevole, da Emil Kauder (1965) a Joseph Schumpeter (1954), per citarne solo due.

Ciò che raramente si nota è che lo sforzo congiunto, benché indipendente, di confutare i principi classici nacque da due modi sorprendentemente diversi di percepire il mondo. Poiché non è questa la sede per valutare queste visioni concorrenti, ci limiteremo a descriverne alcuni tratti rilevanti e a suggerirne le implicazioni pratiche. Cominciamo dalla cosmovisione di Jevons, oggi predominante nella teoria e nella politica economica.

Nel sottocapitolo «Capability of Exact Measurement», Jevons (1888a) critica duramente chi nega che nozioni psicologiche come il piacere e il dolore possano essere misurate, come se questo pessimismo ingiustificato rallentasse lo sviluppo scientifico. Da questo passo è evidente che, per Jevons, la conoscenza scientifica in economia potesse progredire solo valutando matematicamente i suoi fenomeni, proprio come l’universo fisico: il che significa che le scienze in generale si occupano anzitutto di quantità.

Questa visione della scienza risale alla distinzione cartesiana fra res extensa [aspetti quantitativi, come lunghezza e peso] e res cogitans [aspetti non quantificabili, come colore e forma], ereditata da Isaac Newton (Smith, 1984). Secondo questa visione, solo le quantità sono oggettive, nel senso che esistono realmente negli enti esterni. Le qualità, invece, sono soggettive, creazioni della mente umana. Gli enti esistenti, come l’acqua, l’oro e gli altri beni economici, sono soltanto quantità, e sono quindi governati da leggi matematiche. Gli aspetti non quantificabili non sono oggettivi e restano perciò fuori dal campo della scienza: nel linguaggio dei metodi quantitativi sono variabili non osservabili (Gertler et al., 2016), come se non potessero essere percepiti oggettivamente in sé stessi.

È vero che Jevons riconosceva la validità di quelle che chiama «scienze logiche», non condotte in termini matematici. Tuttavia, come affermò altrove, la logica è la scienza del ragionamento umano e si occupa delle operazioni della mente (Jevons, 1888b). I fenomeni esterni, soggetti come sono alla quantità, devono essere indagati da una scienza matematica, altrimenti non si tratta di vera scienza. Mentre le scienze logiche stabiliscono «soltanto se una cosa sia o non sia» (Jevons, 1888a, p. 7), i fatti osservati possono essere e non essere secondo relazioni probabilistiche, evidentemente quantificabili, come Jevons sostiene nel sottocapitolo citato.

Sebbene la scienza economica ruoti tutta attorno alla misurazione, questa non ne è il fine ultimo. Come afferma Jevons (1888a), la precisione assoluta, per quanto desiderabile, è irraggiungibile per qualunque scienza matematica, perfino per l’astronomia. Questo limite, però, non ne intacca la validità e l’importanza. Seguendo i suoi esempi tratti dalla meccanica e dall’elettricità, le approssimazioni nella misurazione sono tollerabili nella misura in cui danno agli scienziati controllo e padronanza tecnica sugli enti studiati. Per Jevons (1888a, p. 23) «l’oggetto dell’economia è massimizzare la felicità», non comprendere o misurare perfettamente i suoi fenomeni. Il primato della tecnica diventa più chiaro quando, nel sottocapitolo «Definition of Trading Body», giustifica l’uso del calcolo infinitesimale: pur riconoscendo che gli individui concreti non variano i propri consumi per quantità infinitesimali, l’aggiustamento infinitesimale è «praticamente vero» nel caso del consumo aggregato di una nazione e va quindi impiegato (Jevons, 1888a, p. 89). Privilegiando l’analisi aggregata, Jevons non è interessato a capire i mezzi concreti con cui l’utilità si manifesta, o come incida concretamente sulla dinamica dei prezzi: in ultima analisi la sua scienza mira a un obiettivo pratico, «soddisfare i bisogni ordinari dell’uomo al minimo costo di lavoro» (Jevons, 1888a, p. 27). La preferenza per l’aggregazione indica inoltre che l’obiettivo era la felicità sociale, non quella individuale.

Poiché i fenomeni economici derivano da decisioni umane, ci si potrebbe chiedere come Jevons pensi di raggiungere il suo obiettivo finale. Purtroppo non lo dice. Tuttavia, dalle sue idee sulla natura umana esposte nel sottocapitolo «Relation of Economics to Ethics» (Jevons, 1888a), è possibile trovare un indizio della sua opinione in merito.

Da un lato, Jevons ritiene l’uomo sostanzialmente equivalente a qualsiasi altro animale: solo gli esseri umani sono capaci di «sentimenti mentali e morali», piaceri di rango superiore, ma, proprio come gatti e pecore, ricercano il piacere, impiegando intelligenza e ragione per ottenerlo. Seguendo l’utilitarismo di Bentham, Jevons ritiene la razionalità subordinata al piacere e al dolore, che devono quindi guidarla.

Inoltre, Jevons afferma che i piaceri di rango inferiore (la soddisfazione sensoriale) vanno perseguiti nella misura in cui non pregiudicano quelli di rango superiore (i sentimenti morali). In termini sociali, «si suppone che ogni lavoratore dedichi le proprie energie all’accumulazione della ricchezza» (Jevons, 1888a, p. 27), soddisfacendo i bisogni sensoriali fino al punto in cui sono salvaguardati «la sicurezza di una nazione» e «il benessere di grandi popolazioni». Statisti e soldati formano un insieme specifico di individui incaricati di garantire questi ultimi, limitando l’azione della gente comune.

Si suppone che i lavoratori accumulino ricchezza… ma se scegliessero di dedicare le loro energie ad altro? O ancora, se le abitudini e le decisioni della gente comune rappresentassero una minaccia per il benessere sociale? In alcuni passi Jevons sembra attribuire all’amor proprio la capacità di indurre gli individui a comportarsi in modo socialmente utile, come nella Favola delle api di Mandeville. Tuttavia, non appena Lord Keynes convince gli statisti che, oltre a limitarlo, devono orientare il comportamento degli individui verso un risultato socialmente desiderabile, irraggiungibile con l’azione non coordinata, l’economia di Jevons passa da macchina produttiva a macchina bisognosa di manutenzione.

Benché Jevons fosse lui stesso un economista liberale, la sua cosmovisione, condivisa da molti economisti tardo-vittoriani, ha fornito gran parte dei fondamenti intellettuali e morali del massiccio interventismo del XX e del XXI secolo, volto a correggere il comportamento degli individui a vantaggio del benessere sociale. I burocrati dell’economia sono diventati regolatori fini della società, incaricati di aggiustare le azioni individuali come il macchinista corregge gli ingranaggi o il mandriano guida i buoi.

BIBLIOGRAFIA

Kauder, E. (1965). A History of Marginal Utility. Princeton, USA: Princeton University Press.

Gertler, P. et al. (2016). Impact Evaluation in Practice. Washington, USA: World Bank.

Jevons, W. (1888a). The Theory of Political Economy. London, UK: Macmillan.

Jevons, W. (1888b). Elementary Lessons in Logic. London, UK: Macmillan.

Schumpeter, J. (1954). History of Economic Analysis. London, UK: Routledge.

Smith, W. (1984). Cosmos and Transcendence. San Rafael, USA: Sherwood Sugden & Co..

Le opinioni espresse negli articoli sono degli autori e non rappresentano necessariamente quelle dell'associazione o dell'Università Bocconi.

L'inflazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario.
Milton FriedmanInflation: Causes and Consequences, 1963

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