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Sport universitario americano: dal non pagare nulla al NIL

Articolo tradotto dall'inglese. Leggi la versione originale: American College Athletics: From Paying Nil to NIL

Negli Stati Uniti gli stadi non si riempiono soltanto di tifosi dei Patriots, dei Nets o dei Warriors. A riempire gli spalti e a far registrare il tutto esaurito sono anche i college. Sugli schermi televisivi non compaiono solo i Tom Brady e i LeBron James di turno, ma anche studenti come me e voi (magari solo un po’ più alti). Nel 2019, secondo la National Collegiate Athletic Association (NCAA), l’ente che sovrintende ai dipartimenti sportivi universitari di tutto il Paese, l’atletica della Division I ha generato ricavi per 15,8 miliardi di dollari.

Se ciò non bastasse a impressionare, proviamo a fare un paragone con lo sport europeo. Il Camp Nou, casa dell’FC Barcelona e stadio più grande d’Europa, ospita poco più di 99.000 spettatori. I Wolverines dell’Università del Michigan giocano in uno stadio con una capienza di oltre 107.000 posti. Ogni seggiolino genera denaro per l’università e per la NCAA, ma neanche un centesimo va ai giocatori in campo che attirano il pubblico. Mentre gli allenatori di punta possono guadagnare più di 10 milioni di dollari l’anno, gli studenti-atleti si sono dovuti accontentare della retta pagata e, forse, di un piccolo assegno per mantenersi durante l’anno accademico. Ma perché dovrebbe spettare loro qualcos’altro? Dopotutto sono studenti. Godono di un’istruzione gratuita e di qualità mentre coltivano la loro passione sportiva a livello dilettantistico, a spese dell’università. Che importa se i ricavi della NCAA rivaleggiano con quelli dello sport professionistico? Sono studenti, non dipendenti. Questa è stata la posizione della NCAA per quasi un secolo.

Fin dalla sua fondazione nel 1906, la NCAA si è mostrata restia a cedere una parte dei profitti a questi giocatori. Si è a lungo concentrata sulla difesa del principio del dilettantismo nello sport universitario, un principio con notevoli implicazioni economiche. Nel 1936 gli studenti-atleti iniziarono a ricevere borse di studio a copertura delle spese per l’istruzione. Lentamente, nonostante gli sforzi della NCAA, le regole hanno continuato ad allentarsi. Nel 1956 la NCAA introdusse il cosiddetto “Sanity Code”, che limitava l’entità degli aiuti economici agli atleti. Nel 1973 iniziò a imporre requisiti accademici agli studenti che volevano giocare per un’università. In fondo sono solo studenti: il privilegio di giocare per un ateneo non dovrebbe dipendere dal rendimento accademico, e non dovrebbero essere tenuti agli stessi standard di qualsiasi altro iscritto? Negli anni Novanta il vento cominciò a cambiare. Il 1991 portò borse di studio più generose. Poi, a cavallo del nuovo secolo, alcuni casi di grande risonanza iniziarono ad arrivare alla Corte Suprema. Questi casi cominciarono a socchiudere la porta a compensi più alti, contestando in sede giudiziaria i limiti ai pagamenti agli studenti-atleti.

Nel 2014 arrivò la sentenza in un caso destinato a fare scuola: O’Bannon v. NCAA. Ed O’Bannon, giocatore di basket di UCLA, fece causa alla NCAA perché questa traeva profitto dall’uso della sua immagine nei videogiochi. La Corte Suprema degli Stati Uniti stabilì che le norme della NCAA, che vietavano agli studenti-atleti di guadagnare dal proprio nome, dalla propria immagine e dalla propria identità (NIL, name, image and likeness), violavano le leggi antitrust. Sebbene la tutela esplicita dei diritti NIL degli atleti arrivasse solo fino al valore della retta universitaria, la sentenza garantì che in futuro la NCAA non potesse impedire alle università di pagare, in ipotesi, stipendi illimitati agli studenti-atleti o di concedere contratti di sponsorizzazione. Cinque anni dopo la California approvò il Fair Pay to Play Act, che consentiva agli atleti di guadagnare dal proprio NIL: un altro passo nella giusta direzione. Nel giro di un anno la NCAA fu costretta a rivedere le proprie regole, con un cambiamento entrato in vigore nel luglio 2021. Le nuove norme permisero agli studenti di trarre profitto in modo diretto dal proprio NIL.

Sia chiaro: guadagnare dal NIL non significa intaccare gli incassi da biglietteria dell’università, ma semplicemente fare soldi con accordi imprenditoriali distinti, stretti con terze parti. In altre parole, uno studente-atleta può essere pagato dal supermercato del quartiere per indossarne le magliette e pubblicizzarne l’attività. Le Olimpiadi, un termine di paragone piuttosto calzante quanto a talento, adottano questo modello da anni. Gli atleti olimpici potevano negoziare i propri accordi con i marchi, mentre gli studenti-atleti non potevano guadagnare nulla nemmeno dalle maglie con il proprio nome cucito sulla schiena. Oggi, grazie alle nuove leggi e alle recenti modifiche delle regole NCAA, gli studenti possono guadagnare dalle proprie iniziative imprenditoriali senza perdere l’idoneità a giocare. Quanto denaro spetta ora a questi atleti? Tanto quanto riescono a ricavare dalla propria popolarità!

Secondo Opendorse, una piattaforma di marketing NIL che segnala agli studenti-atleti possibili accordi con i marchi e li mette in contatto con gli imprenditori, l’accordo medio vale circa 600 dollari. La cifra comprende tutti gli atleti. Una stella come Bryce Young, ex quarterback titolare dell’Università dell’Alabama, può ricevere offerte di sponsorizzazione per oltre un milione di dollari. E le possibilità non finiscono qui. Con la diffusione dei social media, gli atleti possono costruirsi piattaforme proprie per generare valore. Secondo Dev Sethi, Director of Sports Partnerships di Meta e in precedenza di Instagram, gli atleti possono collaborare con i marchi e usare gli strumenti di social commerce per dare concretezza al proprio NIL. Un pubblico più ampio porta maggiore riconoscibilità e apre la strada a nuove fonti di ricavo. Alcuni atleti possono guadagnare oltre 50.000 dollari con un singolo post. Questi pagamenti aiutano a coprire il costo della vita e compensano gli atleti per lo stress fisico e mentale a cui sono sottoposti. Come osservava molti anni fa George Owens, un vecchio professore del MIT: «Se è necessario che un ragazzo corra rischi estremi, perché non rimborsarlo come si fa negli affari?»

Ad oggi non esiste una legge federale da applicare in modo uniforme in tutto il Paese. Gli accordi NIL sono disciplinati da un “mosaico” di leggi statali. Dove lo Stato non ha approvato una normativa, il compito di vigilare sul NIL spetta all’università. Non sorprende che ciò abbia prodotto enormi incoerenze e una totale mancanza di trasparenza. Nel tentativo di mettere ordine, la NCAA ha emanato diverse linee guida di conformità. Per quanto si prestino a interpretazioni, aiutano le università a fissare dei parametri generali. Le linee guida stabiliscono che 1) in un accordo l’atleta deve fornire una prestazione all’azienda che lo paga (deve cioè esserci un quid pro quo), 2) gli atleti non possono ricevere bonus legati alle statistiche o al rendimento in campo e 3) gli accordi non possono essere subordinati alla permanenza in una determinata università. Soprattutto, però, la NCAA ha stabilito che le università non possono stipulare accordi NIL con i propri atleti. Tutti gli accordi devono passare per agenzie terze, per evitare che diventino incentivi materiali al reclutamento, volti a indurre gli atleti a iscriversi a un certo ateneo. La questione, tuttavia, è tutt’altro che risolta. La corruzione di giocatori diciottenni è un problema di lunga data nel mondo universitario e gli accordi NIL hanno intorbidito ulteriormente le acque. Oggi gli incentivi vengono offerti apertamente attraverso i cosiddetti “collective”: fondi creati da finanziatori, ex alunni e tifosi che mettono in comune risorse per indirizzare denaro ai giocatori universitari con pochi vincoli, aggirando le regole della NCAA.

Mentre scrivevo questo articolo ho parlato con mio zio, ex allenatore NFL e oggi allenatore in una delle università della Big Ten Conference. (Per gli europei, o per chiunque non faccia tailgating nel Midwest, la Big Ten è la più antica conference di football universitario e una delle migliori!) Ho parlato anche con alcuni amici molto coinvolti nel mondo dello sport universitario, in atenei come l’Università dell’Arizona e l’Università di Las Vegas. Mi hanno descritto il clima che si respira nelle squadre e nei campus riguardo alle nuove regole NIL, condividendo opinioni e preoccupazioni.

Il denaro che si può guadagnare dipende molto da quanto è bravo un giocatore, da quanta assistenza manageriale ha a disposizione e da quanto è ampia la sua base di tifosi. Questo può creare divisioni nello spogliatoio. Non è sempre facile, ma i giovani atleti se la stanno cavando piuttosto bene. Nel mondo reale è sempre successo che alcune persone fossero pagate più di altre in base a fattori simili. Le nuove regole stanno semplicemente rendendo più sfumato il confine tra quelle che di fatto sono leghe minori e lo sport professionistico.

Ci sono però conseguenze pesanti a cui gli studenti potrebbero non aver pensato. Le università potrebbero cominciare a tagliare i giocatori che rendono meno: dopotutto, sono diventati meno dilettanti. Il rapporto tra giocatori e università potrebbe trasformarsi in un rapporto tra dipendente e datore di lavoro. È un terreno scivoloso. Il reclutamento diventerà meno equo: le università che non riescono a sostenere i propri atleti con accordi NIL resteranno svantaggiate, mentre quelle con risorse illimitate potranno scegliere a piacimento nel bacino di talenti. Prima di queste regole i booster (i finanziatori dei programmi sportivi universitari) non potevano offrire denaro ai potenziali atleti per convincerli a unirsi alla squadra; ora è più difficile chiudere le scappatoie nelle regole sul pay-for-play. Le squadre con grande esposizione NIL e una solida infrastruttura di supporto conquisteranno più facilmente le giovani promesse e gli studenti che cambiano ateneo. Si è creato un nuovo livello di competizione. La NCAA teme che le università inizino a organizzare pacchetti di accordi preconfezionati per gli atleti di punta, che sarebbero a tutti gli effetti uno stipendio pagato da terzi. Eppure gli studenti, molti dei quali provengono da contesti svantaggiati, guadagnerebbero denaro. Sarebbero equamente compensati per il loro lavoro dentro e fuori dal campo. I negozi locali e le terze parti coinvolte guadagnerebbero visibilità e trarrebbero vantaggio da pubblicità rivolte a una clientela giovane ed entusiasta. Le restrizioni da cartello della NCAA vengono abbattute a beneficio di queste persone.

La NCAA continuerà a fare pressione sul Congresso per una legge che uniformi le regole NIL a livello nazionale. Finora non è riuscita a guidare l’innovazione sulle regole NIL, e cercherà quindi di accreditarsi come garante e di anticipare eventuali futuri cambiamenti sfavorevoli alle regole attuali. Si batterà per difendere il proprio controllo sullo sport universitario, sulla sua organizzazione e sulla sua regolamentazione, e vorrà ottenere l’esenzione antitrust che inseguisce da tempo. La NCAA ha fatto affidamento sul concetto di dilettantismo nello sport universitario e vede nel suo sfumarsi una minaccia concreta.

Come accade per ogni cambiamento, il dibattito su queste modifiche normative è carico di timori. I college temono che i cambiamenti degenerino in una concorrenza eccessiva tra loro, erodendo i profitti. La NCAA teme di perdere il controllo sullo sport universitario, il monopolio da cui dipende la sua redditività. Gli studenti temono ritorsioni sotto forma di rigidi contratti legati alle prestazioni e la minaccia di una futura reintroduzione dei vincoli. NFL e NBA temono entrambe l’aumento del potere negoziale che gli studenti-atleti otterranno di sicuro. Tuttavia, questi cambiamenti, che consentono agli studenti di guadagnare dalla propria persona, difficilmente si tradurranno a breve in una condivisione diretta dei ricavi o nel pagamento di stipendi agli studenti.

Le nuove regole permettono semplicemente agli studenti-atleti di avere gli stessi diritti di qualsiasi altro studente, o, a dirla tutta, di qualsiasi altro cittadino. Limitare soltanto alcuni nella possibilità di guadagnare dal proprio talento, dalle proprie capacità e dal proprio brand personale è una grave violazione della libertà individuale. Questi studenti dovrebbero poter fare esattamente ciò che è consentito a Jackie, la studentessa di scienze della comunicazione. Certo, c’è differenza in quanto denaro ciascuno riesce a generare, ma lo stesso vale in qualsiasi altro contesto. Sarà il libero mercato a stabilire il valore di ogni singolo NIL. Inoltre, mantenere un approccio liberale alla regolamentazione stimolerà concorrenza e innovazione, favorendo un sistema di compensi più equo per gli atleti, come avviene nelle leghe professionistiche. Abbandonare i vincoli superflui imposti dalla NCAA creerà un sistema più giusto, in cui gli atleti possono negoziare i propri accordi, stabilire il proprio valore ed esercitare potere sulla propria persona!

Fonti:

https://ecckersports.com/industry-insights/the-ultimate-college-and-high-school-nil-timeline/

https://www.espn.com/college-sports/story/_/id/38560392/ncaa-moves-implementing-new-nil-rules

https://www.espn.com/college-sports/story/_/id/38615589/ncaa-discuss-nil-changes-allowing-more-school-involvement

https://www.espn.com/college-sports/story/_/id/31086019/everything-need-know-ncaa-nil-debate

https://www.fosterswift.com/communications-timeline-NIL-cases-transform-college-sports.html

https://www.si.com/fannation/college/cfb-hq/ncaa-football/college-football-nil-rule-changes-what-you-need-to-know

https://eu.usatoday.com/story/sports/college/2023/10/03/ncaa-name-image-and-likeness-rules-changes/71052102007/

https://www.usnews.com/education/best-colleges/articles/name-image-likeness-what-college-athletes-should-know-about-ncaa-rules

https://www.wsj.com/articles/ncaa-paying-college-athletes-11652099564

Le opinioni espresse negli articoli sono degli autori e non rappresentano necessariamente quelle dell'associazione o dell'Università Bocconi.

Uno dei grandi errori è giudicare politiche e programmi dalle intenzioni invece che dai risultati.
Milton FriedmanIntervista a The Open Mind, 1975

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