Politica
I rischi delle leggi contro la disinformazione: una minaccia alla libertà di parola in Europa

La libertà di parola è uno dei diritti più fondamentali di qualsiasi società liberale. Consente alle persone di esprimere opinioni, convinzioni e idee senza timore di censura o persecuzione. Dall’elezione di Donald Trump nel 2016, però, in tutto il mondo si discute di leggi contro la disinformazione e le fake news, soprattutto dopo la pandemia di COVID-19. Per quanto le intenzioni alla base di queste leggi possano essere buone, esse rappresentano un serio pericolo per la libertà di parola.
Nell’articolo «The Perils of Legally Defining Disinformation» gli autori esaminano le conseguenze di una definizione giuridica della disinformazione per i diritti fondamentali e per le politiche dell’UE. Uno dei principali motivi di preoccupazione è il possibile impatto sulla libertà di espressione.
Per esempio, la legge francese contro la disinformazione approvata nel 2018 definisce la disinformazione come «ogni affermazione, dichiarazione o imputazione di un fatto falsa o fuorviante, nonché qualsiasi alterazione della veridicità di elementi di informazione». Con una definizione così ampia, un governo di qualsiasi colore politico potrebbe censurare qualunque discorso ritenga falso.
Ma la vaghezza non è un tratto esclusivo della legge francese. La legge tedesca sull’applicazione delle norme nelle reti sociali (NetzDG), introdotta nel 2017, impone ai social media di rimuovere entro 24 ore qualsiasi discorso d’odio o contenuto ritenuto illegale, pena multe fino a 50 milioni di euro. La legge, però, non definisce che cosa costituisca discorso d’odio o contenuto illegale, e lascia la decisione alle piattaforme stesse. Scaricando sulle aziende l’onere di individuare e rimuovere i contenuti, sotto la minaccia di multe salate e senza specificare quali contenuti vadano rimossi, si incentivano le piattaforme a eliminare tutto ciò che potrebbe violare la legge, finendo per sopprimere anche contenuti leciti. Dopotutto l’azienda non guadagna nulla – almeno non nel breve periodo – lasciando un contenuto sulla propria piattaforma, mentre rimuovendolo può «guadagnare» centinaia di milioni in sanzioni evitate, danni reputazionali scongiurati e così via. Una struttura di incentivi che è un incubo per i difensori della libertà di parola in tutto il mondo! Alla fine, costringendo le aziende a rispettare leggi simili, che non lasciano alcun margine, i governi le spingono a violare per loro conto diritti tutelati dalla costituzione. Lo sporco obiettivo di limitare la libertà di parola viene così raggiunto senza doversi esporre al giudizio dell’opinione pubblica.
Un esempio di governo europeo che usa le leggi contro la disinformazione per limitare la libertà di parola è la legge russa sugli «agenti stranieri». Essa obbliga i media che ricevono finanziamenti dall’estero e svolgono «attività politiche» a registrarsi come «agenti stranieri». La legge è stata usata per colpire i media indipendenti e limitarne la libertà di operare. Circa 200 ONG ne sono già state colpite, comprese organizzazioni per i diritti umani come il Comitato contro la tortura, che alla fine è stato sciolto.
Sebbene il contesto politico dei paesi citati e le intenzioni alla base delle leggi siano molto diversi, tutte hanno in comune una definizione ampia di disinformazione, che apre la porta alla censura da parte delle autorità pubbliche. Per esempio, secondo l’IPI (Internet Press Institute), durante la pandemia di COVID-19 in Europa si sono registrati 35 casi di censura di pubblicazioni legate alla pandemia e 23 giornalisti sono stati arrestati, 7 dei quali proprio per aver violato le leggi contro le fake news. I casi plateali di censura non sono però l’unico danno: la sola esistenza di queste leggi minaccia la democrazia nella regione, perché persone e organizzazioni possono autocensurarsi o evitare del tutto i temi controversi, impoverendo il dibattito critico.
Al tempo stesso, queste leggi spesso pongono l’onere della prova a carico dell’accusato. In altre parole, una persona o un’organizzazione accusata di diffondere disinformazione o fake news deve dimostrare la propria innocenza. Questo ribaltamento di uno dei principi più fondamentali della giustizia è particolarmente preoccupante.
Da cittadino brasiliano, sono profondamente preoccupato per le nuove leggi contro le fake news che si stanno approvando in Europa, perché la regione è ampiamente considerata un modello di politiche pubbliche per il resto del mondo, tanto che anche paesi come il Brasile stanno cercando di regolamentare la disinformazione. Queste leggi possono restringere la libertà di parola e limitare il dibattito critico, come abbiamo visto con norme simili in Europa, ma senza livelli comparabili di solidità istituzionale, il che ne accresce i danni. L’esempio della legge russa sugli «agenti stranieri» dimostra i pericoli di usare le leggi contro la disinformazione per limitare la libertà di parola. Dovremmo diffidare di misure simili adottate in tutto il mondo sul modello delle regole europee. Sta a noi riconoscere i pericoli delle leggi contro la disinformazione e difendere il diritto fondamentale alla libertà di parola!
Le opinioni espresse negli articoli sono degli autori e non rappresentano necessariamente quelle dell'associazione o dell'Università Bocconi.
Più lo Stato «pianifica», più diventa difficile per il singolo fare i propri piani.
Friedrich A. von HayekThe Road to Serfdom, 1944