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La crescente influenza della Cina nell’Europa orientale

Anche se i finanziamenti cinesi in Africa sono ben accolti dall’opinione pubblica, le ragioni di investimenti tanto generosi restano opache. Sono molti i fattori che spingono la potenza asiatica a investire così massicciamente nel continente: estendere la propria influenza geopolitica sulle potenze africane emergenti, cogliere i frutti di un mercato poco sfruttato, approfittare dell’abbondanza di risorse naturali e di una manodopera giovane e a basso costo. L’Africa, però, non è l’unico continente su cui la Cina concentra la propria attenzione: il Celeste Impero cerca di estendere il suo soft power – la capacità di un paese di attrarre alleati e orientarne le scelte politiche senza ricorrere alla forza bruta – anche all’Asia e all’Europa.
Per raggiungere questo obiettivo, nel 2013 Xi Jinping ha lanciato la One Belt One Road Initiative, un progetto multidimensionale il cui fine ultimo è ampliare la proiezione di potenza della Cina e creare un ordine internazionale diverso, in cui Pechino abbia un ruolo più decisivo, attraverso un grande piano di investimenti infrastrutturali in Asia e in Europa. Il progetto si muove su due direttrici: via terra, con la costruzione di strade, aeroporti e ferrovie, intende favorire relazioni economiche e diplomatiche più strette tra la Cina e l’Europa, passando per l’Asia centrale e l’Asia Minore; via mare, una serie di porti darà vita alla Via della Seta marittima, che collegherà la Cina al Sud-est asiatico e all’Africa orientale. Le due rotte dovrebbero essere collegate a sei «corridoi economici» minori.
La maggior parte degli investimenti in Asia passa per la Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture e per il Fondo per la Via della Seta. Con questi due strumenti la Cina ha investito 770 miliardi di dollari tra il 2013 e il 2020, per lo più in Asia (49%), seguita dall’Africa subsahariana (21%) e dal mondo arabo e dal Medio Oriente (14%). Ma se le promesse di grandi investimenti possono allettare alcuni attori, altri diffidano dell’influenza politica che la Cina potrebbe ottenere grazie a legami economici più stretti. Bruxelles, per esempio, si oppone alle proposte di investimento cinesi per mantenere una posizione imparziale sulle politiche di Pechino, dato che l’UE è la destinazione finale della One Belt One Road Initiative.
Consapevole di ciò, la Cina aggira il mercato dell’Europa occidentale per perseguire i suoi obiettivi di graduale espansione politica nel continente. Poiché quella regione è abbastanza sviluppata da non lasciarsi sedurre da promesse gonfiate di ricchezza, la Cina punta al tallone d’Achille dell’Europa: i piccoli paesi dell’Europa centrale e orientale. A differenza della Germania o della Francia, questi paesi non hanno economie solide, e alcuni non fanno nemmeno parte dell’Unione Europea, che in casi simili protegge i propri membri dagli attori internazionali che fanno leva sui propri guadagni a spese delle risorse altrui.
Il primo tentativo ufficiale della Cina di migliorare i rapporti diplomatici ed economici con l’Europa orientale risale al 2012, quando, su impulso del ministero degli Esteri cinese, la Cina e 17 paesi dell’Europa orientale fondarono l’iniziativa «17+1», con l’obiettivo di favorire la cooperazione tra le nazioni coinvolte. Da allora la Cina ha finanziato la costruzione di molte infrastrutture chiave nella regione: dalla ferrovia Budapest-Belgrado-Skopje-Atene, che collegherà il porto del Pireo ad Atene, controllato dai cinesi, all’Europa centrale e orientale, alla più grande centrale a carbone della Bosnia, che sarà rinnovata e ampliata grazie a fondi cinesi, fino a una grande centrale elettrica a carbone in Serbia e a molto altro.
Tuttavia, pur avendo presentato la propria azione nella regione come un’iniziativa vantaggiosa per tutti, il gigante demografico ha taciuto gli svantaggi che la accompagnavano. La Cina ha concesso enormi crediti a piccoli paesi, caricandoli di obblighi debitori che, secondo alcuni analisti, sono semplicemente insostenibili. Di conseguenza le loro economie diventeranno troppo dipendenti dai prestiti cinesi, rafforzando l’influenza di Pechino su paesi che si trovano a ridosso dei confini dell’UE o al loro interno.
Il gigante asiatico ha seguito esattamente la stessa strategia per conquistare potere geopolitico nel Sud-est asiatico e in Africa. Un esempio è il porto di Hambantota, in Sri Lanka, a poche centinaia di miglia dalla costa indiana. Per finanziarne la costruzione, il presidente singalese Mahinda Rajakapsa contrasse due prestiti con la Eximbank cinese, il primo da 307 milioni di dollari e il secondo da 757 milioni. L’investimento però non si rivelò redditizio e già nel 2014 il porto lavorava in perdita; nel frattempo il debito estero del paese cresceva vertiginosamente, così il presidente Maithripala Sirisena, nel disperato tentativo di raccogliere un po’ di denaro ed evitare il default, decise di cedere in locazione per 99 anni l’infrastruttura poco redditizia a China Merchants Bank.
Un altro aspetto oscuro dell’iniziativa è che i progetti sostenuti dalla Cina vengono di norma aggiudicati a imprese cinesi sospettate di ricevere sostegno finanziario dal proprio governo e poco trasparenti quando si tratta di rendere noti i bilanci e le fonti di finanziamento delle infrastrutture nelle aree citate. Inoltre, in Cina il confine tra impresa pubblica e privata è, a dir poco, sfumato. Da quando Xi Jinping ha preso il potere nel 2012, il governo ha aumentato considerevolmente la propria presenza nei consigli di amministrazione delle grandi aziende. Uno strumento importante con cui il governo può influenzare le organizzazioni private sono i cosiddetti comitati di partito, il cui compito specifico è sedere al tavolo quando i manager prendono decisioni importanti, aiutandoli a tenere presente il quadro generale e ad allocare le risorse in modo adeguato, lasciando invece ai dirigenti la gestione delle attività quotidiane.
Gli investimenti cinesi potrebbero però avere anche un impatto economico positivo immediato, favorendo lo sviluppo delle infrastrutture e quindi aiutando l’economia della regione a convergere con il resto d’Europa. Dopotutto, l’azione cinese nell’Europa orientale somiglia in apparenza, per molti aspetti, all’ambizioso piano di investimenti di Biden negli Stati Uniti. Secondo il presidente americano, con questo «investimento che capita una volta per generazione» si porrà fine a decenni di stagnazione degli investimenti federali, riparando migliaia di strade e ponti e promuovendo il passaggio a fonti di energia più pulite. Guardando più a fondo, però, le differenze tra l’iniziativa americana e quella cinese diventano molto chiare. La prima punta a favorire «la transizione verde», mentre la seconda finanzia la costruzione di centrali a carbone; inoltre la scala dei due piani di investimento è estremamente squilibrata: la proposta della Casa Bianca mira a rivoluzionare l’economia statunitense con una colossale campagna di investimenti dal costo complessivo di 2.000 miliardi di dollari. In confronto a questa cifra, la portata dell’iniziativa cinese appare limitata: la somma dei suoi investimenti nei 5 paesi dell’Europa centro-orientale con la maggiore presenza cinese ammonta a 22,5 miliardi di dollari. Se i paesi dell’Europa orientale possono trarre beneficio da questi fondi, è anche vero che non basteranno a dare una spinta sostanziale alle loro economie né a colmare il forte deficit infrastrutturale di cui soffre la regione.
Un esempio di paese schiacciato dal debito estero è il Montenegro, piccolo paese balcanico che ha deciso di contrarre con la Cina un enorme prestito da un miliardo di dollari per costruire un’autostrada. A causa della natura montuosa del terreno, però, il costo effettivo della strada si è rivelato molto più alto del previsto: 44 milioni di dollari per miglio. Come se non bastasse, il COVID-19 ha colpito l’economia già fragile del Montenegro, e oggi il paese non è in grado di ripagare il debito. In caso di default, il Montenegro potrebbe essere costretto a cedere alla Cina la sovranità su porzioni del proprio territorio, consentendole di estendere il controllo su una regione che è, di fatto, il cortile di casa dell’UE. Per evitarlo, il Montenegro – che non è membro dell’UE ma è comunque candidato ufficiale – chiede all’Unione di aiutarlo a ripagare il debito, ma finora la risposta è stata poco incoraggiante.
Mentre la Cina cerca di manipolare gli affari interni dei paesi dell’Europa centro-orientale con le sue ingerenze geopolitiche, la loro stabilità e il loro potere decisionale si sgretolano. Quale sarà il destino dell’Europa orientale? Questa regione riuscirà a restare economicamente e politicamente indipendente o finirà sempre più nelle mani di attori più grandi? Aderire a un’organizzazione più grande è l’unica via d’uscita? E ancora: che cosa vuole ottenere l’Unione Europea con l’Europa? Continuerà a trascurare una regione strategicamente vitale per la propria stabilità? Le risposte a queste e ad altre domande importanti dipendono da quale posizione i paesi membri decideranno di assumere di fronte alle politiche aggressive della Cina.
BIBLIOGRAFIA
https://www.nytimes.com/2021/03/31/business/economy/biden-infrastructure-plan.html
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https://www.nytimes.com/2018/06/25/world/asia/china-sri-lanka-port.html
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https://green-bri.org/investments-in-the-belt-and-road-initiative-bri/
https://www.lowyinstitute.org/publications/understanding-belt-and-road-initiative
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Più lo Stato «pianifica», più diventa difficile per il singolo fare i propri piani.
Friedrich A. von HayekThe Road to Serfdom, 1944