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Dalla «Via birmana al socialismo» all’attuale crisi del Myanmar

Quando la Birmania (chiamata anche Myanmar dopo il 1989) ottenne l’indipendenza dal Regno Unito nel 1948, era un Paese povero, devastato dalla Seconda guerra mondiale, in una regione del mondo sempre più bellicosa: Cina e India stavano risolvendo i propri conflitti interni ma sarebbero presto diventate i due giganti emergenti dell’Asia, mentre la penisola indocinese era nel pieno di un sanguinoso conflitto tra le forze francesi in ritirata e i gruppi di guerriglia comunisti, che avrebbe trascinato la regione in una serie di guerre fino alla metà degli anni Settanta.
In un clima simile sarebbe stato ragionevole aspettarsi che la Birmania venisse risucchiata nei conflitti che, nel nascente scenario della Guerra fredda, cominciavano ad attirare l’attenzione delle superpotenze globali. Sebbene il tenente generale Li Mi del Kuomintang controllasse parte dello Stato Shan e all’interno dei confini si stessero formando milizie vicine ai comunisti, la Birmania non precipitò subito in conflitti di vasta portata. Ciò dipese in parte dal fatto che Li Mi concentrava le sue forze contro la Repubblica Popolare Cinese, e in parte dal fatto che l’attenzione dei Paesi comunisti era rivolta piuttosto alle milizie amiche in Indocina. Nei primi anni dopo l’indipendenza la Birmania rimase sostanzialmente neutrale, assumendo posizioni diverse che soddisfacevano tanto l’Est quanto l’Ovest. Partecipò inoltre alla Conferenza di Bandung del 1955, dove, insieme a Ceylon, India, Indonesia e Pakistan, gettò le basi di quello che sarebbe poi diventato il Movimento dei Paesi non allineati.
Dieci anni dopo l’indipendenza, nel 1958, la Birmania cominciò a vedere gli effetti della ripresa economica postbellica. In quello stesso periodo, però, la sua situazione politica iniziò a deteriorarsi.
Il partito al governo, la Lega antifascista per la libertà del popolo (AFPFL), che sotto il suo precedente leader Bogyoke Aung San si era opposta all’occupazione giapponese durante la Seconda guerra mondiale e aveva negoziato con il Regno Unito l’accordo per l’indipendenza, cominciò a frammentarsi in correnti. Il partito finì così per spaccarsi tra la «AFPFL pulita», guidata dal primo ministro U Nu, e la «AFPFL stabile», guidata da Kyaw Nyein e Ba Swe.
Poiché la AFPFL stabile aveva una rappresentanza parlamentare più ampia, i suoi deputati presentarono una mozione di sfiducia contro U Nu. La AFPFL pulita, moderata e socialdemocratica, riuscì però a raccogliere il sostegno del conservatore Fronte nazionale unito (NUF) e di alcuni indipendenti. Tuttavia, dopo essere sopravvissuto al voto di sfiducia, U Nu fu invitato a dimettersi dal capo di stato maggiore del Tatmadaw, il generale Ne Win, che assunse la carica di primo ministro con l’obiettivo di stabilizzare il Paese e condurlo alle elezioni nel 1960.
Alle elezioni generali del 6 febbraio 1960 il nuovo Partito dell’Unione di U Nu (erede della AFPFL pulita) ottenne un’ampia maggioranza con il 57,2% dei voti, seguito dalla AFPFL stabile con il 30,7% e dal NUF con il 4,8%. I moderati di U Nu conquistarono quasi tutti i seggi nelle grandi città, mentre Kyaw Nyein e Ba Swe, esponenti della sinistra, portarono il loro partito a vincere diversi seggi nelle campagne.
Il nuovo governo guidato da U Nu non riuscì a soddisfare le aspettative della popolazione e del Tatmadaw, diventando sempre più impopolare tra il 1960 e il 1961. Inoltre, l’unità stessa della Birmania sembrava a rischio: gli Stati Shan e Kayah cominciarono a ventilare l’ipotesi della secessione e i gruppi di guerriglia comunisti nel Paese si facevano sempre più aggressivi.
In quegli anni cominciò a essere chiaro che Ne Win stava preparando qualcosa di grosso. Molti alti ufficiali che gli erano ostili andarono in pensione o furono destinati a incarichi diplomatici all’estero. La maggior parte delle ambasciate in Birmania si aspettava che prima o poi i militari riprendessero il potere, ma la situazione in Indocina e le tensioni al confine sino-indiano assorbivano tutta l’attenzione che le potenze straniere potevano dedicare all’Asia.
La situazione divenne così incerta che il Tatmadaw decise di prendere in mano la situazione per scongiurare qualsiasi tentativo di secessione ed evitare ingerenze straniere. Il 2 marzo 1962 i militari arrestarono il primo ministro U Nu, i membri del suo governo e i primi ministri degli Stati Shan e Kayah. Il generale Ne Win assunse immediatamente la carica di primo ministro e di presidente del Consiglio rivoluzionario dell’Unione, che aveva sostituito il parlamento ed era diventato di fatto il nuovo centro del potere. Il nuovo organo deliberativo era composto da sedici membri più il presidente. Tutti provenivano dai ranghi del Tatmadaw, a eccezione del ministro degli Esteri U Thi Tan.
Dopo meno di due mesi al potere, il Consiglio rivoluzionario dell’Unione pubblicò un programma d’azione intitolato Via birmana al socialismo, un misto di marxismo e buddhismo volto a centralizzare l’economia del Paese e a eliminarne ogni influenza straniera. Il primo passo del piano fu la nazionalizzazione delle grandi imprese birmane: la maggior parte delle società minerarie, della gomma e del tabacco, così come le banche, furono rilevate dallo Stato oppure, se si rifiutavano di cedere i propri beni, si videro negare il rinnovo delle licenze.
A partire dal 1964 furono istituiti dei «Comitati di indennizzo» incaricati di rilevare anche i grandi esercizi commerciali, le cooperative e le industrie locali. Molti imprenditori furono costretti a cedere le proprie attività per molto meno del loro valore, dato che le decisioni dei Comitati erano arbitrarie e inappellabili. Nel 1965 il governo acquistò tutti i giornali e vietò qualsiasi pubblicazione da parte degli organi di informazione.
Il passo successivo del governo fu il congelamento di tutti gli investimenti esteri, per eliminare le influenze esterne sull’economia del Paese. Il Consiglio rivoluzionario dell’Unione cercò anche di tenere fuori dalla Birmania l’influenza culturale straniera, rendendo più difficile ottenere i visti e assicurandosi che i gruppi di guerriglia presenti nel Paese non diventassero mai abbastanza forti da attirare attenzione e sostegno dall’esterno. Ne Win colpì il NUF con un’ondata di arresti, represse i gruppi etnici separatisti kachin e karen e cercò di appianare le divergenze con le milizie comuniste che si muovevano lungo i confini del Paese.
Sebbene Ne Win governasse la Birmania come uno Stato socialista, è importante notare che non fu mai un comunista ortodosso e non abbracciò mai fino in fondo una corrente specifica del comunismo (marxismo-leninismo, maoismo o trotskismo): prese piuttosto alcuni elementi delle diverse varianti e li adattò alle esigenze del Paese. Un’altra caratteristica interessante della Via birmana al socialismo è che fu adottata dal Tatmadaw, un’istituzione tradizionalmente di destra.
Se le simpatie comuniste di Ne Win emersero gradualmente e sorpresero alcuni osservatori, la sua sfiducia nella democrazia e la sua visione tradizionale e buddhista della Birmania furono invece una costante del suo modo di governare, già presente nel primo mandato da primo ministro tra il 1958 e il 1960. In una riunione dei vertici del Tatmadaw prima del colpo di Stato del 1962, la dichiarazione finale recitava:
«Lo sforzo dell’uomo per costruire una società finalmente libera dalle ansie per il cibo, il vestiario e l’alloggio, e capace di godere anche delle soddisfazioni spirituali della vita, pienamente convinto della sacralità, della dignità e dell’intrinseca bontà della vita, deve muovere dalla premessa di una fede unicamente in un sistema politico-economico fondato sugli eterni principi di giustizia, libertà e uguaglianza.»
Nel frattempo il Consiglio rivoluzionario dell’Unione, nel redigere la prima versione del documento Via birmana al socialismo, criticò apertamente la democrazia parlamentare, affermando che aveva fallito in Birmania a causa de:
«[i suoi] difetti, debolezze e falle, i suoi abusi e l’assenza di un’opinione pubblica matura.»
Questa dichiarazione inaugurò l’abitudine di «custodire» ed «educare» il Paese, per condurlo alla democrazia in un futuro indefinito. Da allora il principio è stato applicato in molte occasioni come pretesto per accrescere e conservare il potere politico ed economico del Tatmadaw. La nuova Costituzione approvata nel 2008 poggia sul presupposto che la Birmania non sia abbastanza matura per un regime pienamente democratico e che abbia quindi bisogno che i militari detengano una quota fissa di seggi in parlamento. L’idea che solo l’esercito possa preservare la democrazia è riemersa ancora nel febbraio 2021, quando la consigliera di Stato Aung San Suu Kyi è stata arrestata, insieme alla maggior parte dei suoi alleati, dopo la vittoria schiacciante alle elezioni del novembre 2020.
Le politiche economiche di Ne Win si rivelarono un disastro per la Birmania. Le esportazioni di riso crollarono nei primi tre anni del suo governo e i contadini birmani (che all’epoca rappresentavano quasi due terzi della popolazione) soffrirono più di chiunque altro. Le condizioni del Paese divennero così drammatiche che gran parte della popolazione dovette affidarsi al crescente mercato nero per sopravvivere. Dopo un breve periodo di passi indietro sulle sue politiche economiche, nel 1966 Ne Win rilanciò con vigore le nazionalizzazioni.
Verso la fine degli anni Sessanta la Birmania uscì lentamente dall’isolamento forzato che si era autoimposta. Un paio di visite ufficiali stabilirono relazioni minime con gli Stati Uniti, mentre crescevano le tensioni con la Repubblica Popolare Cinese, dato che Pechino cominciò a sostenere attivamente gli insorti comunisti della «Bandiera bianca» e i separatisti karen. Questi gruppi riaccesero le guerriglie che sembravano essere state spente solo pochi anni prima.
Se Ne Win aveva problemi con i Paesi stranieri e con i gruppi di guerriglia interni, la società birmana non era molto più benevola nei confronti del suo governo. I monaci buddhisti e gli studenti si opposero costantemente al regime del Consiglio rivoluzionario dell’Unione, con grandi proteste nel 1965, nel 1969 e nel 1970.
Sul piano politico la vera svolta arrivò nel 1974, quando la Birmania adottò una nuova Costituzione. Il nuovo assetto costituzionale istituì la Repubblica Socialista dell’Unione di Birmania, con il Partito del programma socialista birmano (BSPP) come unico partito legale. Il Consiglio rivoluzionario dell’Unione fu sciolto e Ne Win assunse il titolo di presidente della Repubblica e presidente del Consiglio di Stato. Il generale di brigata Sein Win divenne il nuovo primo ministro.
Il 1974 avrebbe dovuto essere l’anno del trionfo di Ne Win, con la nascita ufficiale di uno Stato socialista in Birmania. Fu invece, probabilmente, il suo anno più difficile al potere fino alle dimissioni. All’inizio dell’estate grandi scioperi dei lavoratori più poveri paralizzarono il Paese, mentre nuove proteste alla fine della devastante stagione delle piogge, a settembre, misero seriamente in pericolo il governo. Quando anche gli studenti si unirono alle proteste, Ne Win decise di reprimere i manifestanti della società civile. La conseguenza più grave della rappresaglia fu la chiusura delle università birmane per tre anni, che ridusse la possibilità per il dissenso di formarsi e organizzarsi. Il motivo che aveva spinto gli studenti a unirsi alle proteste era il rifiuto del Consiglio di Stato di concedere i funerali di Stato a U Thant, terzo segretario generale delle Nazioni Unite: alleato dell’ex primo ministro U Nu, agli occhi del Tatmadaw era un avversario. Negli ultimi anni Settanta gli studenti divennero il bersaglio principale delle campagne repressive dell’esercito, e molti leader studenteschi furono imprigionati, torturati e uccisi solo per aver chiesto la riapertura delle loro università.
Man mano che il regime birmano si identificava sempre di più con la figura di Ne Win, questi divenne sempre più preoccupato dalla possibilità di essere rovesciato e cominciò a temere possibili rivali. Nel 1983 ciò portò all’epurazione del generale Tin Oo, capo dell’intelligence militare e dell’Ufficio nazionale di intelligence, insieme ai suoi più stretti alleati nei servizi. Secondo alcune voci, il gesto non fu legato direttamente a una lotta di potere interna al Tatmadaw, ma alla gelosia della figlia prediletta di Ne Win per la popolarità del figlio di Tin Oo.
Nonostante tutti i difetti del regime di Ne Win, a provocarne la caduta non sarebbe stato il fallimento di una specifica politica economica né il carattere eccessivamente autoritario del suo governo, bensì l’ossessione del presidente per la numerologia. Le sue convinzioni maniacali lo spinsero, nel 1985, a demonetizzare senza indennizzo le banconote da 50 e 100 kyat e a sostituirle con una banconota da 75 kyat, per celebrare il suo settantacinquesimo compleanno. Quello stesso anno furono introdotte anche banconote da 15, 25 e 35 kyat. Nel 1987 le banconote da 15, 25, 35 e 75 kyat furono demonetizzate e sostituite da tagli da 45 e 90 kyat (perché numeri divisibili per 9, cifra per la quale Ne Win aveva sviluppato una passione). Quest’ultima mossa rese carta straccia tre quarti della moneta birmana, cancellando da un giorno all’altro i risparmi di milioni di persone.
A quel punto gli studenti universitari scesero in piazza a Rangoon, mentre lavoratori e monaci occupavano gli spazi pubblici a Mandalay. Proseguendo nel 1988, le proteste si trasformarono rapidamente in una battaglia per la democrazia. A luglio Ne Win fu costretto a dimettersi e nominò Sein Lwin nuovo presidente del Partito del programma socialista birmano; le sue azioni nei giorni successivi e la brutalità con cui represse le proteste gli valsero il soprannome di «macellaio di Rangoon».
I manifestanti decisero di organizzare una grande mobilitazione in tutto il Paese l’8 agosto 1988. La data fu scelta per farsi beffe dell’ossessione di Ne Win per la numerologia, dato che si poteva scrivere 8/8/88. Quel giorno ebbe luogo la «rivolta 8888». Sebbene inizialmente i manifestanti fossero pacifici, il Tatmadaw non esitò a eseguire l’ordine di Ne Win di sparare sulla folla e reprimere studenti, monaci e lavoratori. Durante le numerose manifestazioni di quei giorni, Aung San Suu Kyi, figlia del padre fondatore della Birmania Aung San, emerse come una delle figure di spicco a favore di un sistema democratico multipartitico, incoraggiando i manifestanti a esprimere il proprio dissenso con gesti non violenti.
Dopo che i politici civili favorevoli alla democrazia (guidati dall’ex primo ministro U Nu) tentarono di formare un governo provvisorio e di indire elezioni, il Tatmadaw riprese il controllo della situazione. Divenuto nuovo primo ministro, il generale Saw Maung stracciò la Costituzione del 1974 e represse brutalmente le proteste. Ne Win, che dietro le quinte manovrava il nuovo Consiglio di Stato per la restaurazione della legge e dell’ordine (SLORC), diede la sua benedizione allo schiacciamento del dissenso dichiarando: «Se l’esercito spara […], spara per uccidere.»
Negli anni successivi il Tatmadaw continuò a controllare il Paese attraverso una giunta militare. Nel 1989 Aung San Suu Kyi fu posta agli arresti domiciliari, dove sarebbe rimasta fino al 2010 (pur con alcuni periodi di parziale libertà per motivi di salute). Nel 2008 fu approvata una nuova Costituzione con un referendum pesantemente condizionato da intimidazioni e irregolarità da parte dei militari.
Le prime elezioni democratiche del Paese si tennero nel 2010, ma furono boicottate dalla Lega nazionale per la democrazia (NLD) di Aung San Suu Kyi. Alle elezioni del 2015 e del 2020, invece, la NLD ottenne circa il 60% dei voti e maggioranze parlamentari schiaccianti. Per Aung San Suu Kyi fu creata la nuova carica di consigliere di Stato (l’equivalente di un primo ministro), dato che la Costituzione del 2008 le avrebbe impedito di essere eletta presidente perché i suoi figli avevano la cittadinanza britannica.
Il 1° febbraio 2021 il Tatmadaw ha compiuto un colpo di Stato e arrestato tutti gli eletti della NLD, tra cui Aung San Suu Kyi e il presidente Win Myint. Per giustificare le proprie azioni, i militari hanno sostenuto che le elezioni del novembre 2020 erano state truccate e che la NLD le aveva rubate ai loro alleati civili (chissà da dove gli è venuta l’idea). Dopo un decennio di fioritura democratica il Myanmar è tornato al punto in cui si trovava nel 1988, con l’uccisione di manifestanti pacifici e una democrazia che sembra un lontano miraggio.
Perché dunque il Tatmadaw non lascia che la democrazia faccia il suo corso in un Paese che, nonostante la violenza e la repressione, continua ad approvare in modo schiacciante l’esercito come istituzione? Da quando nel 1962 fu lanciata la Via birmana al socialismo i militari sono diventati sempre più gelosi del loro potere politico ed economico. Questo perché i rigidi principi ideologici del regime di Ne Win non lasciavano spazio al pluralismo politico e richiedevano quindi un’istituzione di governo che li predicasse e li applicasse. Sotto Ne Win quell’istituzione non poteva che essere il Tatmadaw. Inoltre, le massicce nazionalizzazioni degli anni Sessanta misero quasi tutto il potere economico nelle mani della giunta al governo. In un Paese come il Myanmar, al tempo stesso poverissimo e corrotto, non sorprende che un’istituzione come il Tatmadaw cerchi con tutte le sue forze di aggrapparsi ai propri privilegi. Purtroppo ciò ha un costo altissimo per la popolazione del Myanmar e, come abbiamo visto di recente, per la democrazia e per la stessa società civile.
Si può dunque attribuire al passato socialista del Myanmar la responsabilità della crisi attuale? Innanzitutto, come abbiamo visto, il Tatmadaw ha conquistato la propria supremazia politica ed economica grazie all’adozione del socialismo dopo il colpo di Stato del 1962. Da quel momento ha cominciato a fare tutto il necessario per restare al potere. Possiamo considerare anche un altro fattore: gli ex Paesi socialisti tendono ad avere economie meno sviluppate e sistemi politici molto corrotti, indicatori di uno Stato più debole e fragile. Pur non essendo sempre così, molti ex Paesi socialisti hanno attraversato negli ultimi decenni un processo di «regressione democratica»: Cambogia, Repubblica del Congo, Libia e Russia ne sono esempi perfetti. Ci sono poi ex Stati socialisti come Etiopia, Ungheria e Polonia che sembrano muoversi lentamente verso l’autocrazia.
Che la crisi attuale del Paese faccia parte di un declino generale dello Stato democratico e pluralista a livello globale o che sia solo un episodio isolato di autoritarismo motivato dall’avidità, è evidente che il passato socialista del Myanmar ha gettato le basi del suo presente autocratico.
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Per portare uno Stato dalla barbarie più profonda alla massima prosperità non serve molto altro: pace, tasse leggere e una giustizia amministrata in modo accettabile.
Adam SmithLezione del 1755, riportata da Dugald Stewart