Economia e finanza
Complessità e cicli economici

L’incapacità degli economisti mainstream di prevedere per tempo la Grande recessione del 2008 ha spinto molti giovani economisti a esplorare approcci alternativi ai cicli economici. Uno dei più popolari e riusciti tra questi tentativi di rilancio è la teoria austriaca del ciclo economico (ABCT), il cui fondamento è la teoria austriaca del capitale, sviluppata soprattutto da Eugen von Böhm-Bawerk[1]. Benché si possa sostenere che l’ABCT sia incompleta quando si tratta di capire perché le crisi avvengono, sembra fuori discussione che l’approccio austriaco basato sul capitale spieghi perché oggi le crisi siano più probabili o si verifichino più spesso che nei secoli passati. Questo articolo intende indagare una causa materiale dei cicli economici, una condizione che non solo li rende possibili, ma li rende più facili da innescare: la complessità.
Immaginiamo un piccolo panificio: dalle 7 del mattino in poi i clienti abituali ordinano la colazione con il pane. Per far fronte a questa domanda, il proprietario deve decidere se: (i) assumere panettieri qualificati, (ii) comprare pane già pronto, oppure (iii) un po’ di entrambe le cose. La prima scelta, rispetto alle altre, è la meno produttiva in termini di volumi: ogni panettiere può preparare solo una quantità limitata di impasto ogni mattina. Al contrario, l’offerta di pane già pronto è, dal punto di vista del proprietario, praticamente illimitata, e gli permette di vendere tutto il pane che i suoi forni sono in grado di cuocere. A determinare la sua scelta sono, da un lato, il costo per rendere disponibile ciascuna unità e, dall’altro, i ricavi generati da ciascuna combinazione di pane già pronto e panettieri.
Se i salari[2] sono molto bassi, assumere soltanto panettieri può essere la decisione che massimizza il profitto, perché i minori costi unitari compensano i volumi di vendita più ridotti. Nello scenario opposto, comprare soltanto pane già pronto, cedendo margini ai fornitori, riduce i tassi di profitto in misura minore di quanto farebbe il pagamento degli stipendi.
Dal punto di vista dell’economista, il proprietario del panificio sta in realtà scegliendo l’intensità della divisione del lavoro: più bassa se gestisce da sé tutte le fasi della lavorazione, più alta se acquista soltanto prodotti già pronti. Dalla Wealth of Nations di Adam Smith in poi, la correlazione positiva tra produttività e divisione del lavoro è senso comune per economisti e non economisti. Che il proprietario scelga di aumentare la produttività in risposta all’aumento dei salari non dovrebbe sorprendere: quando il costo del lavoro sale, gli imprenditori hanno un incentivo ancora più forte a impiegarlo nel modo più produttivo possibile.
Con la divisione del lavoro, però, non aumenta soltanto la produttività. Quando il proprietario sceglie di affidarsi solo al pane già pronto, emergono rischi aggiuntivi: (i) la qualità non è garantita direttamente, (ii) il potere dell’industria di trasformazione di scaricare i costi sui prezzi è in genere maggiore di quello dei supermercati che vendono gli ingredienti, (iii) adeguare tempestivamente l’offerta ai cambiamenti della domanda diventa più difficile quando la produzione avviene altrove.
Inoltre, i fattori di produzione del pane già pronto non si limitano a quelli della panificazione in proprio, perché il pane va conservato e trasportato con attrezzature specifiche. Nel caso del pane già pronto, il proprietario dipende da un numero maggiore di persone, che oltre ai panettieri comprende operatori logistici e fornitori di attrezzature (per non parlare di tutti i loro fornitori di input, come quelli di alluminio, plastica e gas).
In sintesi, man mano che la divisione del lavoro si intensifica, aumentano sia la produttività sia la complessità, nel senso che gli imprenditori, dipendendo da un numero maggiore di agenti produttivi (molti dei quali sconosciuti), sono esposti a rischio e incertezza crescenti. Di conseguenza aumentano la probabilità di eventi negativi e la portata del loro impatto, e i fallimenti individuali possono ripercuotersi a livello sociale. Per quanto ne so, Wilhelm Röpke è l’unico economista che vi abbia prestato seria attenzione, nel suo Crises and Cycles.
Ora, ricordiamolo: la divisione del lavoro, e quindi la complessità, è motivata dai salari alti. Ma che cosa ha fatto aumentare i salari in primo luogo? Nelle economie moderne possono aumentare per effetto degli adeguamenti del salario minimo. Vale la pena ricordare che, oltre a causare disoccupazione tra i lavoratori non qualificati, gli aumenti del salario minimo favoriscono la complessità e la fragilità sistemica di fronte agli shock negativi: un fatto che i sindacati tengono raramente in considerazione.
I salari, inoltre, aumentano anche per effetto dell’accumulazione di capitale. Poiché il risparmio privato mira a ottenere interessi, finanzia operazioni di credito e apporti di capitale che, a loro volta, favoriscono l’occupazione diretta e indiretta, facendo salire i salari. Se si assume che l’accumulazione di capitale sia un’inclinazione naturale delle economie di mercato, la tendenza a una produttività crescente si accompagna a una crescente esposizione ai cicli economici. In questo senso specifico le economie di mercato portano in sé una tensione interna, o una contraddizione interna, per usare il gergo marxista: salari, tenore di vita e fragilità sistemica vanno di pari passo.
Gran parte dei burocrati e degli accademici ritiene che una regolamentazione severa sia la risposta alla complessità. Questa posizione, però, è insostenibile sia in teoria sia alla prova della storia. Da un lato, come sosteneva F. A. Hayek in The Road to Serfdom, la complessità crescente riduce sensibilmente la capacità dei regolatori di prevedere le conseguenze delle proprie azioni. La regolamentazione tende quindi a essere inefficace rispetto all’obiettivo perseguito, ma dannosa per le conseguenze non intenzionali. Dall’altro, come ha scritto Niall Ferguson nel suo Great Degeneration, la colpa della crisi del 2008 è di una regolamentazione inadeguata (e non della deregolamentazione): mentre alle banche pubbliche era espressamente consentito operare con una leva elevata, i governi offrivano incentivi monetari e di mercato ad assumere crescenti rischi di credito.
In definitiva, le economie di mercato, con la loro complessità crescente, sono strutturalmente esposte a crisi e shock. Tutto ciò che i burocrati possono fare è evitare che le loro politiche diventino a loro volta una fonte aggiuntiva di complessità o, peggio, un vero e proprio shock capace di innescare il ciclo.
[1] Knut Wicksell ha offerto un’esposizione sistematica della teoria di Böhm-Bawerk nel suo Value, Capital, and Rent.
[2] Ragioniamo solo in termini reali.
Le opinioni espresse negli articoli sono degli autori e non rappresentano necessariamente quelle dell'associazione o dell'Università Bocconi.
I grandi progressi della civiltà, nell'architettura come nella pittura, nella scienza come nella letteratura, nell'industria come nell'agricoltura, non sono mai venuti da un governo centralizzato.
Milton FriedmanCapitalism and Freedom, 1962