Economia e finanza

Distruggere il progresso economico in nome di un’idea sbagliata di moralità

Articolo tradotto dall'inglese. Leggi la versione originale: Destroying economic progress through a wrong sense of morality

Uno dei tratti più caratteristici dell’Occidente del XXI secolo è l’ascesa di un pensiero fondato sull’autoesaltazione morale. Molte persone ignorano volentieri i risultati delle politiche pubbliche per soddisfare il proprio bisogno egocentrico di sentirsi moralmente superiori, sostenendo idee che a prima vista sembrano buone. L’obiettivo non è più cambiare le cose in meglio, ma sentirsi migliori del vicino. Una tendenza accelerata in modo netto dall’ascesa dei social media, e di cui i politici populisti sono ben felici di approfittare.

In materia di politica commerciale questo è particolarmente vero. Questo saggio propone un’alternativa fondata su un ragionamento ponderato. Anziché esaltare le intenzioni, l’articolo ne esamina le conseguenze. Al centro c’è il tema delle retribuzioni nel Terzo Mondo.

La critica più comune rivolta ai sostenitori del libero scambio è il presunto sfruttamento dei lavoratori nei Paesi del Terzo Mondo. I critici mettono a confronto i salari orari dei dipendenti con i profitti miliardari dei datori di lavoro per lamentarne l’ingiustizia. Presentandosi come paladini dei poveri, fanno pressione sulle imprese perché aumentino volontariamente le retribuzioni, oppure chiedono a politici deboli di realizzare i loro obiettivi. Se tutto il resto fallisce, puntuali come la morte e le tasse, convinceranno un’organizzazione sovranazionale a imporre i loro desideri.

Bastano però poche righe di ragionamento per mostrare che sarebbe più appropriato chiamarli carnefici dei poveri. La prima cosa che salta all’occhio è la pura soggettività delle accuse di sfruttamento, fondate su sensazioni personali riguardo a quale sia il salario equo. Com’è nella natura umana, una valutazione del genere non brilla per imparzialità. Lo si dimostra facilmente chiedendo all’onesto lettore: «Hai mai sentito qualcuno dire di essere pagato troppo?». Inoltre, l’assurdità dell’accusa di sfruttamento emerge anche quando ricordiamo che l’autonomia privata, per la sua intrinseca caratteristica di libertà, richiede il consenso di entrambe le parti. Di conseguenza, i lavoratori partecipano solo ad accordi per loro vantaggiosi, il che per definizione esclude lo sfruttamento.

Il giudizio sbagliato dei sostenitori del salario “equo” nasce dal confronto con le proprie carriere invece che con le alternative disponibili sul posto. I reporter locali, infatti, dipingono un quadro completamente diverso. Nicholas Kristof, giornalista del New York Times in Cambogia, osserva con arguzia: «Nhep Chanda guadagna in media 75 centesimi al giorno per la sua fatica. Per lei, l’idea di essere sfruttata in una fabbrica tessile – lavorando solo sei giorni a settimana, al chiuso anziché sotto il sole cocente, per un massimo di 2 dollari al giorno – è un sogno».

Se questo smentisce l’accusa di immoralità rivolta alle pratiche occupazionali nel Terzo Mondo, si potrebbe comunque sostenere l’introduzione di un salario minimo o di misure simili. Dopotutto, perché non aiutare i lavoratori in povertà a recuperare terreno più in fretta? Contrariamente a quanto pensano i suoi sostenitori, una scelta del genere avrebbe effetti dolorosi.

Per cominciare, si pone il problema della sostituzione dei lavoratori. Il salario minimo e le misure simili comportano per loro natura un prezzo artificialmente superiore a quello di mercato, che riduce l’occupazione o fa salire i prezzi, a seconda delle circostanze. La reazione prevedibile delle multinazionali è trasferire gli impianti produttivi in Paesi a basso costo non coperti dalla norma oppure spingere sull’automazione, lasciando il Paese con meno posti di lavoro e i lavoratori in condizioni peggiori. Anche se si riuscisse a impedire cambiamenti nella struttura dei costi, prezzi al dettaglio più alti modificherebbero le scelte dei consumatori. A loro volta, i volumi di produzione delle imprese calerebbero, con licenziamenti di massa. In ogni caso, lavoratori come Nhep Chanda finiscono per stare peggio.

Inoltre, salari più alti distorcono radicalmente l’economia locale. Con il loro ruolo primario di trasmettere informazioni, i prezzi orientano le persone, cioè influenzano le scelte attraverso la struttura degli incentivi. Retribuzioni artificialmente alte nelle multinazionali spingono le persone ad abbandonare il lavoro nelle imprese locali, con il risultato di distruggere lo spirito imprenditoriale e di instaurare una cultura della dipendenza.

Per di più, si concentra un numero artificialmente alto di persone nei settori in cui operano le multinazionali. Ciò ostacola la naturale tendenza di un’economia ad aumentare l’occupazione in mansioni più complesse e, al tempo stesso, soffoca l’innovazione. Gli adolescenti, spesso molto più istruiti dei genitori e dei nonni, restano in semplici lavori di fabbrica per approfittare di prezzi innaturali, rinunciando così all’occasione di formarsi in contesti lavorativi più sofisticati e di guadagnare in seguito salari nettamente migliori.

Ahimè, la farsa non finisce qui. Sottraendo persone ai lavori nelle forze dell’ordine e nella sanità, la politica della superiorità morale rischia di creare carenze in ruoli essenziali. Un breve aneddoto su Phil Knight lo illustra in modo istruttivo. Il fondatore di Nike, che aveva in programma di aumentare i salari in un Paese del Terzo Mondo, fu all’improvviso convocato nell’ufficio di uno dei massimi rappresentanti di quella nazione. Anziché gli elogi che ci si potrebbe aspettare, ricevette l’ordine di cancellare immediatamente i suoi piani. A giustificazione, il funzionario spiegò a Phil che Nike stava per distruggere l’intero sistema economico, permettendo a un operaio di un calzaturificio di guadagnare più di un medico.

In conclusione, approvare leggi che fissano retribuzioni artificialmente alte nei Paesi del Terzo Mondo ha conseguenze gravi. Crea dipendenza, distrugge posti di lavoro buoni ed elimina il progresso economico di lungo periodo. Invito quindi tutti a respingere con fermezza simili interventi sul commercio estero, che si presentino sotto le spoglie della giustizia sociale, dell’equità globale o di altri eufemismi!

Le opinioni espresse negli articoli sono degli autori e non rappresentano necessariamente quelle dell'associazione o dell'Università Bocconi.

L'inflazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario.
Milton FriedmanInflation: Causes and Consequences, 1963

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