Politica
La libertà di parola nelle università

In un'epoca in cui le sensibilità cambiano e l'uguaglianza ha assunto un peso sempre maggiore, cominciamo a renderci conto che conciliare senza sbavature libertà di espressione e inclusività non è affatto semplice. Vale soprattutto per le università, che per loro stessa natura sono il crogiolo in cui le idee nascono e prendono forma. È quindi fondamentale per la società, e per noi studenti in particolare, stabilire dove tracciare il confine tra questi due ideali; altrimenti le decisioni ci verranno imposte, lasciando poco spazio alla discussione nel caso in cui non fossimo d'accordo.
Osservando ciò che accade nei campus d'oltreoceano, dovremmo affrettarci ad agire prima di cadere nella stessa trappola. Si trovano infatti molti casi significativi di limitazioni alla libertà di parola in alcune delle più famose università americane, come Harvard. Gli studenti dichiarano di evitare di pubblicare contenuti controversi sui social per paura di essere fraintesi da colleghi e amministrazione, e riferiscono inoltre di essere istruiti a presentarsi indicando i propri pronomi. Sono solo alcuni dei tanti esempi possibili, che restituiscono l'immagine di un clima accademico teso e illiberale, destinato forse a estendersi presto ai campus europei. Preso atto dell'esperienza «woke» americana e temendo i danni che potrebbe causare alle università europee, molti accademici hanno infatti già adottato atteggiamenti di reazione per scongiurare la diffusione di questa tendenza, in particolare in Francia. Significativamente, un ex ministro dell'Istruzione francese ha fondato un think tank apartitico per difendere l'ideale repubblicano, a dimostrazione del fatto che l'ideologia woke è temuta tanto dai conservatori quanto dalla sinistra.
Ma allora, che cosa si intende esattamente per libertà di espressione? Ha dei limiti, e se sì, quali?
La libertà di espressione viene spesso vista come un principio che può esistere solo finché non offende gli altri, il che, secondo il senso comune, può sembrare una proposta ragionevole. Riteniamo tuttavia che questa proposta poggi su una fallacia, perché non si può definire un limite oggettivo alla libertà di parola sulla base di ragioni soggettive e personali. Da un lato, possiamo davvero pretendere che gli altri smettano di pensare o di parlare solo perché le loro opinioni non ci piacciono o le troviamo offensive? La domanda diventa ancora più pressante se si considera la tendenza di molti a chiedere con accanimento all'«autorità pubblica» di mettere a tacere le opinioni inaccettabili. Per loro imporre qualcosa con i divieti è molto più comodo che risolvere le questioni con il dibattito e il ragionamento. Dall'altro lato, come abbiamo appena ricordato, il confine tra ciò che è considerato offensivo e ciò che non lo è resta molto malleabile: alcune persone sensibili possono sentirsi attaccate più facilmente di altre, ed è senza dubbio giusto rispettare la loro sensibilità, purché questo non intacchi la nostra libertà di esprimere con rispetto ciò che pensiamo.
Ovviamente la nostra libertà di parola va tollerata fintanto che le nostre opinioni non mirano a diffamare qualcun altro. Con questo intendiamo che, quando c'è un chiaro intento diffamatorio e non resta spazio per il dibattito, il limite è stato superato e la questione diventa di competenza della legge. A questo proposito, gli ambienti accademici sono istituzioni il cui compito è anzitutto formare gli studenti perché coltivino un pensiero proprio, non giudicare che cosa sia giusto e che cosa no. Spetta ad altre istituzioni pubbliche fare le regole e farle rispettare. Non dovrebbero esserci sovrapposizioni.
Queste ragioni valgono in particolare per gli ambienti accademici, dove gli studenti devono essere formati per far parte della società futura ed essere persone ragionevoli: dovremmo incoraggiarli a risolvere i conflitti esercitando la logica e il dibattito, e favorire la diversità di pensiero e di opinione. Infatti, se un'opinione venisse in qualche modo vietata, si creerebbe un precedente per vietare tutte le opinioni discordanti da un pensiero unico, stabilito secondo la volontà di un determinato gruppo ed escludendo qualsiasi altro contributo. In effetti è molto meglio essere illuminati dal dibattito che puniti dalla censura, perché in questo caso il problema non viene affrontato alla radice, ma soltanto nascosto temporaneamente.
Inoltre, se da un lato la censura può impedire la libera circolazione di certe idee «oggettivamente» perniciose, dall'altro favorisce la nascita di canali clandestini in cui queste idee si diffondono e si radicalizzano, creando un clima di polarizzazione ideologica estrema e ostacolando al tempo stesso la diffusione di pensieri progressisti ed edificanti per paura di esprimere qualcosa di indesiderato.
Per loro stessa natura, gli esseri umani non sono fatti per essere sempre d'accordo, ed è proprio per questo che hanno raggiunto grandi progressi e ricchezza sociale. Non dobbiamo dimenticare che la libertà di parola è stata storicamente la voce degli «ultimi», perché ha permesso loro non solo di veder riconosciute giuridicamente le proprie istanze, ma anche di emanciparsi davvero nella società. Grazie alla sua diffusione sono caduti molti stereotipi e miti (pensateci: se non si fosse combattuta la censura scientifica, la gente crederebbe ancora che la Terra sia al centro dell'universo). Anche se sarebbe fantastico che non ci fossero discordie, la natura umana non si può cambiare, e l'unico modo per mettere tutti d'accordo è imporre regole coercitive sulla parola e sul pensiero. Questo però porterebbe a una società in cui, paradossalmente, quella stessa diversità che molti dicono di voler proteggere non sarebbe tollerata. Una società in cui, personalmente, non vogliamo vivere.
Le opinioni espresse negli articoli sono degli autori e non rappresentano necessariamente quelle dell'associazione o dell'Università Bocconi.
L'inflazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario.
Milton FriedmanInflation: Causes and Consequences, 1963