Politica
Il nemico dei tiranni

Per molti versi, le dittature sono innaturali.
Alle persone non piace ricevere ordini, non piace non avere la libertà di fare ciò che vogliono, non piace che altri abbiano più diritti e privilegi di loro. Per questo le dittature aperte e sfacciate, pur comparendo di tanto in tanto, suscitano in fretta la rabbia e il risentimento della popolazione e persino dell’establishment su cui un simile regime deve appoggiarsi. Di solito riescono a restare al potere con la forza bruta per un certo tempo. Ma, come disse un uomo saggio, «con le baionette si può fare tutto, tranne sedercisi sopra». O almeno, non ci si può sedere sopra per un periodo di tempo significativo.
Per le dittature è quindi di gran lunga preferibile trovare un modo per giustificare la propria esistenza agli occhi del proprio popolo. Quasi nessun regime che si riservi il potere incontrollato di disporre arbitrariamente della vita dei sudditi senza il loro consenso presenta davvero questo assetto come naturale e/o permanente (quantomeno non nell’età moderna). Regimi del genere hanno bisogno di elaborare una serie di ragioni per cui a una singola persona o a una ristretta cerchia dovrebbe essere consentito di esercitare un potere dittatoriale. Uno degli strumenti più comuni a questo scopo è l’immagine di un nemico comune.
Quando un paese affronta un nemico terribile, sembra ragionevole che il suo popolo si unisca come un sol uomo sotto un’unica guida per combatterlo. Assetti del genere sono piuttosto sensati o, quantomeno, non troppo controversi: anche i governi delle società democratiche si riservano spesso il diritto di dichiarare lo stato di guerra o di emergenza se la situazione lo richiede. Sono soluzioni che il pubblico considera accettabili, ed è a questo che fanno appello i dittatori: unitevi intorno a me e insieme, sotto la mia guida risoluta, vinceremo. Opponetevi al mio potere e il nemico ci distruggerà tutti mentre siamo divisi. Naturalmente, serve un’emergenza. O un nemico terribile.
La maggior parte delle dittature, se non tutte, questi nemici li trova o se li inventa. I regimi totalitari tradizionali del Novecento si concentravano sui nemici interni: gli appartenenti alle classi sociali indesiderate e l’opposizione demonizzata nei regimi comunisti, le minoranze etniche nei regimi fascisti e ultranazionalisti. Le autocrazie moderne, in genere più moderate in politica interna, cercano di solito gli avversari all’estero: oggi mobilitano quasi tutte la popolazione contro l’«Occidente».
Ma che cosa rende un nemico esterno un buon nemico? Perché l’«Occidente» è una scelta così popolare? Avere un nemico è certo molto comodo, ma da un «leader nazionale» intorno al quale il pubblico si stringe ci si aspetta di solito che quel nemico lo combatta. Così vuole la teoria, almeno. Un dittatore assennato, però, vuole scegliersi da solo le proprie battaglie e in generale perfino evitarle, perché scontri del genere rischiano di destabilizzare il suo stesso potere. Con l’Occidente il problema di solito non si pone. In genere è lontano e non ha alcuna voglia di combattere il dittatore di turno (e nemmeno di pensarci o di occuparsene). È inoltre, con tutta evidenza, potentissimo, e nessuno può davvero aspettarsi che un’autocrazia moderna riesca a riportare su di esso una vittoria significativa. Un nemico così temibile e al tempo stesso disinteressato tiene bassissime le aspettative del pubblico fedele e «patriottico»: perfino la semplice sopravvivenza del paese (che di norma non corre alcun pericolo) può essere celebrata come una vittoria.
La narrazione antioccidentale è uno strumento così potente per concentrare il potere nelle mani di un autocrate che, nei governi non democratici, vi ricorrono anche politici in origine moderati (in politica estera) una volta assunte posizioni di comando. Il Vladimir Putin e lo Xi Jinping inizialmente inoffensivi possono servire da esempi eloquenti, così come l’ayatollah Khomeini, che prima della sua ascesa al potere in Iran era del tutto disposto a mantenere contatti con i governi di Francia e Stati Uniti e perfino a cercare di ingraziarseli1. Adottare questa narrazione consente loro di dichiarare chiunque si opponga alla crescita del loro potere personale un burattino o un utile idiota di potenze straniere ostili. Accuse del genere, anche se apparentemente assurde per chi possiede una minima capacità di pensiero critico, forniscono una legittimazione decisiva alla repressione dell’opposizione, soprattutto nelle prime fasi del governo di un dittatore. Il dittatore può allora cercare di far passare l’idea che i suoi nemici siano anche i nemici della nazione, e dunque traditori. Del resto, l’accusa di tradimento è probabilmente una delle più pesanti che si possano rivolgere a un avversario politico: poche altre cose suscitano una reazione così viscerale e universalmente negativa in quasi ogni società.
Certo, non si può negare che in molti paesi oggi governati da regimi autoritari esista un sentimento antioccidentale, alimentato dalla percezione di disuguaglianze, da torti passati e dagli attriti culturali che la globalizzazione a volte produce. Eppure, in molti casi questo sentimento viene evocato dal nulla dalla propaganda del dittatore, che di solito enfatizza ed esagera i fattori appena citati. Nell’ultimo decennio l’attenzione si è in gran parte spostata sugli eccessi generalmente associati alla sinistra progressista occidentale (in particolare alla parte di essa solitamente chiamata «Social Justice Warriors»). Questi eccessi, di solito gonfiati in misura ridicola, sono ormai un elemento essenziale della propaganda russa, iraniana e cinese, che presenta la diffusione di questa «degenerazione occidentale» come una delle principali minacce da cui i regimi dittatoriali proteggono i propri sudditi. Allo sventurato telespettatore di un paese autoritario può essere proposta con grande sfacciataggine l’idea che l’alternativa al governo ininterrotto della «Guida suprema» sia vedere i propri figli indottrinati con la forza a diventare transessuali, «come succede ormai in tutta Europa e in America».
La «guerra culturale» che oggi infuria sui campi di battaglia politici occidentali fornisce così abbondante combustibile alla propaganda autoritaria. A chi non vuole fornirne altro si può solo consigliare prudenza e moderazione nel criticare i propri avversari, evitando esagerazioni e toni apocalittici.
Le opinioni espresse negli articoli sono degli autori e non rappresentano necessariamente quelle dell'associazione o dell'Università Bocconi.
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Milton FriedmanCapitalism and Freedom, 1962