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Terra spezzata: ricostruire speranza e resilienza 250 giorni dopo il devastante terremoto in Turchia

Sei a letto e la tua casa, il luogo che ti è più caro, viene distrutta nel cuore della notte. Questo incubo è diventato realtà più di tre mesi fa, il 6 febbraio 2023, quando due fortissimi terremoti di magnitudo 7,7 e 7,6 hanno scosso la regione turca di Kahramanmaraş. Il bilancio delle vittime nella sola Turchia ha superato le 50.000, mentre la devastazione sul versante siriano del confine non è stata meno terribile. Il mondo si è mobilitato all’indomani della catastrofe e la comunità internazionale è riuscita a coordinare in modo efficiente la distribuzione degli aiuti provenienti da diverse parti del mondo. Vari Paesi hanno fornito sostegno ufficiale dopo il terremoto, mentre innumerevoli volontari sono accorsi nelle zone colpite per prestare soccorso. Tra le loro attività c’era la rimozione di detriti e macerie, decisiva per permettere alle persone intrappolate di respirare e, alla fine, di sopravvivere. Questo disastro, che capita una volta in un secolo, ha tirato fuori il meglio dell’umanità: le persone si sono unite per offrire aiuto e conforto a chi ne aveva bisogno.

Anche se il momento di un futuro terremoto non può ancora essere previsto, la tecnologia è già in grado di individuare le province a rischio. Per questo i Paesi devono farsi trovare preparati. Alla luce delle più recenti conoscenze scientifiche sulla prevenzione sismica, la Turchia dovrebbe adottare una legge urbanistica che copra le regioni ad alto rischio vicine alle faglie anatolica, est-anatolica e ovest-anatolica. La legge dovrà dare priorità alla sicurezza sismica e in queste aree non dovranno mai essere concessi condoni edilizi. Servono inoltre corsi di formazione che aiutino i cittadini a comportarsi nel modo giusto e, magari, una squadra di soccorso professionale in grado di ridurre al minimo le perdite umane dopo i crolli. È necessario valutare sia le misure da adottare nel breve periodo sia quelle necessarie nel lungo periodo.

Quanto alle prime, prima di tutto occorre ridurre il più possibile le vittime. In questo contesto la Turchia ha inviato sul campo, a supporto dei soccorsi, militari in servizio attivo delle Forze armate turche. Per garantire la sicurezza delle persone nei momenti di crisi grave, è fondamentale che i soldati di stanza nelle caserme evacuino l’area in modo ordinato e tempestivo. Ciò è particolarmente importante perché gestire l’evacuazione può essere difficile durante crisi così sconvolgenti. Le autorità turche sono state infatti criticate perché i soldati non sarebbero arrivati subito sul posto, un’accusa smentita dal presidente turco. Va inoltre riconosciuto che l’instabilità politica in Siria ha ritardato gli aiuti nel periodo immediatamente successivo al terremoto.

Ciò che va fatto nel lungo periodo è piuttosto complicato. Le persone sopravvissute per un soffio devono essere sostenute dallo Stato mentre cercano di vivere nelle tende. A livello individuale, circa 2,2 milioni di abitazioni in dieci province sono state colpite dai terremoti. Per circa 1,5 milioni di queste case (48,5%1) era stata stipulata l’assicurazione obbligatoria contro i terremoti dell’Istituto per le assicurazioni contro le catastrofi naturali (DASK), che copre così una parte dei risarcimenti. Il presidente della Turchia ha inoltre annunciato lo stanziamento dal Tesoro di 100 miliardi di lire turche2 (5,12 miliardi di dollari) per il terremoto. Considerata l’entità della distruzione, però, i costi superano facilmente questi fondi. I danni fisici diretti, stimati dalla Banca Mondiale, ammontavano a fine febbraio a 34,2 miliardi di dollari. Tuttavia, durante la Conferenza internazionale dei donatori del 20 marzo, ospitata dalla Commissione europea e dalla presidenza svedese del Consiglio dell’UE, il presidente Erdoğan ha annunciato che il costo del terremoto era stimato in 104 miliardi di dollari.

Per farsi un’idea più chiara della situazione, prendiamo Hatay, una delle province più colpite dal terremoto, che conta circa 1,7 milioni di abitanti. Sono andato a Hatay 50 giorni dopo il terremoto per rendermi conto meglio del disastro e offrire aiuto umanitario, nei limiti delle mie possibilità. Sul posto ho visto con i miei occhi cosa ha provocato la tragedia: la maggior parte degli edifici è stata demolita e quelli rimasti andranno abbattuti al più presto. In fin dei conti, ricostruire la città da cima a fondo comporterà oneri finanziari, possibili cambiamenti sociali e conseguenze psicologiche.

In sintesi, le catastrofi naturali possono avere effetti di lungo periodo sia sugli individui sia sulle comunità, lasciandosi dietro una scia di devastazione. Al di là del costo economico, la perdita di innumerevoli vite in pochi istanti può lasciare ferite emotive quasi impossibili da rimarginare. Per evitare «crisi di coordinamento» è fondamentale che il governo centrale e le amministrazioni locali adottino norme urbanistiche adeguate e le facciano rispettare con rigore. Quando è in gioco la vita umana, regolata dalle leggi, le ambizioni economiche non dovrebbero prevalere sui principi morali, che si tratti di risparmiare sui materiali, di ingrandire gli edifici oltre i limiti di sicurezza o di altre pratiche sconsiderate. Le tragedie future si possono attenuare, e le comunità possono essere sostenute nello sforzo di ricostruire e riprendersi, adottando misure preventive per garantire la sicurezza e la resilienza delle strutture.

Le opinioni espresse negli articoli sono degli autori e non rappresentano necessariamente quelle dell'associazione o dell'Università Bocconi.

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