Politica
Le imprese dovrebbero votare?

Il recente annuncio di Joe Biden sull’intenzione di promuovere una legge che rivoluzioni la tassazione delle imprese solleva la questione di chi siano davvero i soggetti privati del diritto di voto nelle democrazie contemporanee. A quanto pare, qualsiasi decisore politico si sente libero di alzare le tasse e di fare ciò che vuole con i soldi degli altri, semplicemente perché non teme conseguenze per la propria carriera politica. Forse non è il caso del presidente Biden, ma dovremmo chiederci quante possibilità di essere rieletto avrebbe un politico che promettesse di raddoppiare l’aliquota dell’imposta sulle persone fisiche per ogni scaglione di reddito.
Lasciando da parte le considerazioni sulla destinazione del denaro dei contribuenti e sul fatto che vada o meno riscosso, le imprese dovrebbero avere il diritto di votare e di esprimere la propria opinione sulla tassazione? Nel mondo reale, il problema dell’origine e della destinazione del denaro non può essere considerato isolatamente, perché l’allocazione delle risorse e del potere politico nel presente determinerà la loro allocazione in futuro. Qui ci occupiamo solo del presente, ma le considerazioni che seguono valgono in ogni tempo.
In una democrazia liberale, ogni soggetto su cui ricadranno gli esiti del processo democratico dovrebbe avere uguale voce in capitolo in quel processo. Per ottenere questo diritto, il soggetto deve essere in grado di esercitarlo ed essere autonomo nelle proprie decisioni. Se sono soddisfatti entrambi i requisiti, essere soggetto alla legge ed essere capace di scegliere da sé, allora un’impresa dovrebbe poter votare.
Le imprese sono senza dubbio toccate dalla legislazione in molti modi: ci sono leggi che vietano certe pratiche o ne impongono altre, leggi che fissano standard per i prodotti e licenze per fornire servizi, e molte altre forme di regolamentazione. Poi c’è il diritto tributario, dove Biden vuole portare l’aliquota dell’imposta sulle società dal 21% al 28%, il che secondo Goldman Sachs cancellerebbe il 9% degli utili per azione dell’S&P 500 del prossimo anno.
Le società sono persone giuridiche. Senza entrare troppo nei tecnicismi sulle varie forme che questi soggetti possono assumere, appartengono agli azionisti e sono distinte da loro. La forma giuridica con cui sono costituite fa una grande differenza quanto al grado di separazione dai proprietari: nelle società quotate gli azionisti nominano un consiglio di amministrazione, mentre nelle imprese familiari il reddito del titolare deriva solo dalla sua attività commerciale, di cui è l’unico proprietario. In quest’ultimo caso non c’è una separazione concreta e sarebbe estremamente difficile distinguere gli interessi del titolare da quelli dell’impresa.
Nel caso dei grandi fondi d’investimento che detengono le quote maggiori di molte società, però, l’azionista tipico vota con i piedi, cioè vende la propria partecipazione se le cose si mettono male. Le società possono quindi essere considerate indipendenti dai loro azionisti nel processo decisionale ma, anche se i dirigenti non consultano ogni giorno i loro datori di lavoro, come ha osservato Milton Friedman hanno comunque la responsabilità di fare quanti più soldi possibile rispettando le regole fondamentali della società. Ciò significa che, in definitiva, le imprese non sono del tutto autonome dalla volontà dei loro azionisti.
Le imprese soddisfano il requisito di essere soggette agli effetti del processo democratico, ma non quello di essere agenti autonomi, e quindi non dovrebbero votare. Far votare le imprese significherebbe dare ai loro azionisti la possibilità di votare più di una volta, rendendoli più rappresentati di chi non possiede un’impresa.
Esistono giurisdizioni locali in cui le persone giuridiche possono votare, come la City di Londra, ma lì costituiscono la maggioranza dei soggetti presenti, sia in termini di reddito sia di suolo occupato. Se non votassero, il piccolo numero di persone fisiche che vi abita avrebbe un peso sproporzionato rispetto al poco che ha in gioco. I diritti di voto andrebbero attribuiti in base a quanto persone e soggetti sono toccati dall’azione di governo? Se la risposta è sì, allora forse la democrazia a suffragio universale non è la soluzione.
Le opinioni espresse negli articoli sono degli autori e non rappresentano necessariamente quelle dell'associazione o dell'Università Bocconi.
Non esistono pasti gratis.
Milton FriedmanTitolo di un suo libro del 1975