Politica

Che cos’è il populismo?

Articolo tradotto dall'inglese. Leggi la versione originale: What is populism?

Un partito deve adattarsi alle idee degli elettori o deve guidarli e farsi seguire?

Innanzitutto, che cosa si può definire populista: un attore politico o un’idea? Le idee camminano sulle gambe degli uomini e, per diventare concrete, devono essere abbracciate da qualcuno. Il movimento che adotta un’idea diventa automaticamente quell’idea? Probabilmente non subito, ma ci si può identificare con un’opinione al punto che, quando ci si trova in disaccordo con essa, si rinnega la propria ragione a favore della narrazione abbracciata. In uno scenario del genere viene da chiedersi se quella persona abbia mai creduto nella sua idea o se la difendesse solo per mera convenienza, pigrizia mentale o ideologia. Applicato a un’organizzazione politica, un comportamento simile sarebbe il punto di svolta oltre il quale un partito può essere etichettato come populista? In una democrazia i politici vogliono essere (ri)eletti, per poter esercitare il potere ed estrarre rendite (materiali o meno) per sé e per la coalizione che li sostiene alle urne. Naturalmente, salvo poche eccezioni, esiste un problema di agenzia tra gli eletti e i loro elettori.

Supponiamo che il problema di agenzia sia così grave che quanto fatto da un partito nella legislatura precedente non abbia alcuna influenza sull’elezione in corso (cioè che gli elettori abbiano la memoria corta), e che quindi il vincitore venga scelto solo in base a ciò che propone in campagna elettorale: si crea un problema di selezione avversa. Il partito che promette di più è quello con maggiori probabilità di essere eletto ma, poiché i risultati delle sue politiche non incidono sulla probabilità di rielezione, non ha alcun incentivo a mantenere gli impegni, né a produrre un solo provvedimento utile che vada a beneficio degli elettori. Se buone politiche e buone leggi richiedono impegno, ma non aumentano (abbastanza) la probabilità di rielezione, i politici le trascureranno.

Ma allora le campagne elettorali sarebbero l’unico fattore determinante di un’elezione, e l’unico modo per impedire a un partito di promettere l’impossibile, senza spiegare perché e come ciò andrebbe a vantaggio degli elettori, sarebbe una legge che stabilisca che cosa i partiti possono sostenere e promuovere. I parlamenti nazionali dovrebbero quindi approvare una legge che limiti l’ambito e i temi del dibattito e, di conseguenza, la possibilità per un partito di aumentare le proprie probabilità di rielezione attraverso le campagne. Nessuna maggioranza nel parlamento di una democrazia moderna agirebbe mai in modo così irrazionale, perché ridurrebbe le proprie possibilità di essere rieletta. Il partito al governo, però, gode di solito del vantaggio di chi è in carica, e una legge così draconiana, se scritta in un certo modo, lo accrescerebbe, indebolendo le minoranze che gli contendono il potere. In ogni caso, non ci sarebbe democrazia se qualcuno scegliesse prima delle elezioni quali idee sono buone. È esattamente a questo che servono le elezioni.

L’alternativa a una regolamentazione sono alcune regole autoimposte, che ogni gruppo di persone stabilisce solo per sé: si chiamano valori. Il fatto di sceglierli significa ritenerli veri, e quando si va contro i propri valori si va, in un certo senso, anche contro sé stessi. È quindi possibile «riconoscere» un partito populista guardando alle sue idee: se una delle sue proposte è incompatibile con ciò che dice di rappresentare, se due delle sue proposte sono in contrasto (incompatibili con lo stesso insieme di valori) o se una proposta può essere compatibile con qualsiasi insieme di valori perché il partito non ne ha adottato nessuno, allora siamo di fronte a un movimento populista.

Ciò che caratterizza davvero un partito populista è dunque la mancanza di un quadro di valori in cui le sue proposte possano essere collocate in modo coerente, senza entrare in conflitto. Alcune idee non sono cattive di per sé, ma il motivo per cui vengono adottate può trasformarle in semplici specchietti per le allodole. Del resto, un’organizzazione populista è pronta a trovare una soluzione a qualsiasi problema, anche a quelli immaginari, senza dare il minimo segno di riconoscerne le controindicazioni: le sue soluzioni sono semplicemente perfette e promosse come tali. La verità è che non hanno valori di fondo a cui attenersi e quindi possono attirare elettori molto diversi tra loro semplicemente cambiando messaggio. Adattano le proposte per soddisfare al meglio le richieste di più persone possibile, anche a costo di cambiare sé stessi. I partiti politici, quelli che dovrebbero proporre e guidare, si ritrovano cuciti su misura per adattarsi ai bisogni di persone di ogni taglia, rincorrendone le esigenze. Ma i partiti populisti non soddisfano bisogni né risolvono problemi: si limitano a dichiararsi disposti a farlo, se eletti, ma una volta al governo non saranno in grado di mantenere. Non solo per mancanza di incentivi, ma perché è impossibile trovare un’unica soluzione che sistemi tutto rispettando i bisogni e le preferenze diverse di tutti i loro elettori. Inoltre, risolvere qualcosa significherebbe eliminare la loro stessa ragion d’essere. Un vero partito non vive solo per risolvere un singolo problema o per essere votato da un gruppo di persone che fingono o credono di avere un problema: ha una visione di lungo periodo per il Paese, principi su cui si fondano le soluzioni. Le sue proposte possono evolvere nel tempo (decenni, non settimane) per incorporare i cambiamenti della società dovuti, per esempio, all’innovazione tecnologica, ma restano comunque coerenti con i suoi principi fondativi. Qualcuno può trovarsi in disaccordo con le idee del partito, ma un’adesione completa di tutto l’elettorato alle stesse idee è possibile solo in una dittatura, dove c’è un solo elettore e le decisioni non possono essere contestate.

Questo dovrebbe chiarire perché i valori siano così importanti in politica: sono la garanzia che un partito manterrà le sue promesse, sono le ragioni per cui si presenta con una determinata piattaforma programmatica, anche quando alcune proposte sono impopolari presso certe fasce della popolazione. I valori danno origine a soluzioni compatibili solo con le idee di fondo, perché il partito ci crede e onorerà i suoi impegni verso gli elettori anche quando questi hanno la memoria corta.

Del resto, se eliminiamo o allentiamo l’ipotesi della memoria corta, i partiti vorranno anche apparire affidabili, perché il raggiungimento dei risultati promessi spingerà gli elettori a dar loro fiducia con il voto. L’obiettivo di quello che chiamo un «vero partito», cioè non populista, non è essere votato dalla maggioranza della popolazione, ma da tutti coloro che ne condividono i valori e l’idea di futuro. Nel breve periodo un partito non può plasmare i valori dell’elettorato, li prende come esogeni; nel lungo periodo, però, man mano che la società cambia, anche i valori possono cambiare e i partiti potrebbero lasciare la loro impronta. Se perde le elezioni, significa semplicemente che la maggioranza degli elettori non condivide la sua visione. E allora? Non tutti i partiti possono vincere, altrimenti non ci sarebbe opposizione e quindi nessuna differenza tra i partiti.

Definito che cos’è un partito populista, non esistono idee «intrinsecamente populiste»: lo diventano quando un soggetto populista le adotta per i propri scopi. Ci sono tuttavia alcuni tratti comuni nei temi a cui questo genere di partiti sostiene di avere una soluzione. In genere tutti si rivolgono agli elettori chiamandoli «il popolo», per creare un senso di identità condivisa, e sostengono che gli interessi del popolo siano in contrasto con quelli di una fantomatica élite. Secondo la narrazione, il «nemico» può essere impersonato da soggetti molto diversi: potenze straniere, immigrati e reti televisive sono scelte molto gettonate. Troviamo anche le banche, a cui di solito si attribuisce la colpa di ogni problema economico e che vengono accusate di avidità, di succhiare via i frutti per cui chi lavora sodo ha sudato. Persino i politici sono diventati il bersaglio dei movimenti populisti, accusati di non lavorare per i cittadini ma per sé stessi e per le proprie allegre brigate. Le responsabilità sono sempre del singolo: possono esistere individui corrotti, ma non un’organizzazione politica corrotta, gestita con l’intento di commettere reati. Accusare i partiti avversari di essere cattivi è solo propaganda priva di senso. I partiti populisti si propongono come eroi che salveranno il popolo dal nemico.

Per evitare la nascita, o almeno la crescita, dei partiti populisti basterebbe che i cittadini si chiedessero che cosa vogliono per il proprio Paese, come ottenerlo e da chi. Proprio come gli azionisti che nominano un consiglio di amministrazione competente, i cittadini dovrebbero scegliere leader competenti e affidabili. Quella del politico è diventata l’unica carriera in cui l’inesperienza è considerata un pregio: è semplicemente assurdo.

Le opinioni espresse negli articoli sono degli autori e non rappresentano necessariamente quelle dell'associazione o dell'Università Bocconi.

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Adam SmithLezione del 1755, riportata da Dugald Stewart

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