Mondo
L'ascesa di Javier Milei (parte 2)

Dopo aver esaminato la storia economica argentina e il ruolo che ha avuto nel preparare la fulminea ascesa di Javier Milei (vedi la prima parte), è il momento di passare al vaglio i tasselli più importanti e controversi del programma di Milei. Un'argomentazione approfondita esulerebbe dai limiti di questo articolo, ma i concetti e le teorie essenziali vengono illustrati in modo sintetico. Questa parte si occupa della sua idea di abolire la banca centrale.
Tra le posizioni del Presidente, quella che ha più scioccato il mondo è l'abolizione della banca centrale argentina.
Comprensibilmente, la maggior parte dei lettori non riesce a immaginare un mondo senza la propria banca centrale, né tantomeno conosce le alternative. È una costante della loro vita, paragonabile ai raggi X, all'elettricità o alle automobili. Eppure tutte queste scoperte e invenzioni sono precedenti al Federal Reserve System, che ha appena compiuto 110 anni. Il Federal Reserve Act che istituì la banca centrale fu infatti approvato in fretta e furia dal Congresso durante l'Avvento del 1913, quando la maggior parte dei parlamentari voleva solo prendere il treno per tornare a casa. Il Congresso lo approvò il 22 e il 23 dicembre, e il presidente Woodrow Wilson lo firmò lo stesso giorno. I rappresentanti non immaginavano di aver appena espresso uno dei voti più decisivi della storia mondiale.
Questa breve digressione nella storia americana porta inevitabilmente a chiedersi: «Perché mai si dovrebbe voler abolire un'istituzione venerabile come la propria banca centrale?». Quanto segue cerca di chiarire alcune delle risposte.
Il primo problema della banca centrale è l'attacco alla moneta sana che porta con sé per sua natura. Affidare a dei burocrati la facoltà di espandere l'offerta di moneta permette loro di erodere il valore di questo mezzo di scambio.
Distruggere il valore della moneta è ingiusto per almeno due ragioni, una delle quali viene di solito trascurata sia dai profani sia dagli economisti mainstream.
La prima ragione, e la più evidente, è che allontanarsi dal principio della moneta sana attraverso l'inflazione lede indebitamente il potere d'acquisto di ogni cittadino. Senza alcuna colpa da parte loro, i cittadini possono comprare meno prodotti di un anno prima. Attenzione: non si tratta di un difetto, ma di una caratteristica del sistema. L'obiettivo di tassi d'inflazione annui intorno al 2% è scritto negli scopi dell'istituzione, e quei valori vengono perseguiti attivamente. A peggiorare le cose, le banche centrali, nel perseguire i propri obiettivi, si discostano dal significato originario del termine inflazione, derivato dal latino «inflare», che indica il gonfiarsi dell'offerta di moneta. Paradossalmente, per misurare l'inflazione si affidano a un paniere di consumo, occultando l'impatto complessivo della loro espansione monetaria: un concetto che purtroppo ha permeato l'economia contemporanea. Per esempio, un tasso d'inflazione del 5% secondo la definizione originaria potrebbe corrispondere a un tasso dell'1,5% secondo quella contemporanea, perché nuove misure di libero scambio e guadagni di efficienza hanno compensato buona parte degli effetti dell'offerta di moneta. Senza la stampa di moneta, però, si sarebbe potuta avere deflazione, un effetto che resta nascosto all'uomo della strada. Almeno a prima vista, non è affatto evidente che gli obiettivi d'inflazione siano necessari e che non si possa puntare ad alleggerire il carico sulla popolazione attraverso un'innovazione deflazionistica (esempi come i televisori e prodotti simili smentiscono l'idea che in contesti deflazionistici i consumatori rimandino in modo significativo gli acquisti).
La seconda ingiustizia, meno evidente, dell'indebolimento di una valuta è il suo effetto negativo sproporzionato sulle fasce più povere della cittadinanza. Ciò si deve al cosiddetto effetto Cantillon, un fenomeno riconosciuto non solo dagli economisti della scuola austriaca ma anche da quel «convinto sostenitore del libero mercato» che era John Maynard Keynes. Come ha osservato Arkadiusz Sieroń, la radice dell'effetto Cantillon sta in una realtà fisica: gli elicotteri non lanciano denaro. La distribuzione della moneta avviene invece riducendo la riserva obbligatoria delle banche (il che, in un sistema a riserva frazionaria, porta le banche a creare nuova moneta dal nulla), acquistando titoli e così via. Ne risulta una distribuzione non uniforme, che Friedrich August von Hayek illustra con questa analogia del miele: «Se versi il miele in una tazza, non si distribuisce in modo uniforme. Prima si accumula al centro della tazza e solo dopo si allarga». Come ci suggerisce l'istinto, questo è molto problematico. Banche, grandi imprese, imprenditori intraprendenti e altri soggetti vicini allo Stato ottengono per primi l'accesso alla liquidità aggiuntiva, e possono così convertirla in beni e servizi ai prezzi di oggi, non ancora gonfiati dall'inflazione.
Al contrario, chi non ha vicinanza al governo e di solito non riesce a finanziarsi in modo rapido è svantaggiato. Questo gruppo, che coincide in larga parte con la fascia più povera della società, è costretto a sopportare per intero il peso dell'inflazione acquistando i prodotti ai prezzi gonfiati di domani. Come se non bastasse, compra soprattutto beni di consumo quotidiano, il cui valore si riduce, mentre i primi acquistano attività i cui flussi di reddito probabilmente crescono insieme all'inflazione. (Comprensibilmente, sull'effetto Cantillon circolano alcuni equivoci diffusi. Il mio articolo intitolato «Cantillon Effect. A Brief Look at Common Misconceptions» entra più nel dettaglio e approfondisce le domande che ne derivano.)
La seconda ragione per opporsi alle banche centrali riguarda il loro ruolo all'interno dell'assetto democratico. Le banche centrali sono strette tra due aspirazioni che per loro natura non si possono conciliare.
Da un lato, dovrebbero essere indipendenti per affrontare le sfide e raggiungere gli obiettivi fissati dai loro atti istitutivi. I sostenitori vogliono che la banca centrale agisca in base a quella che considerano competenza tecnica e, comprensibilmente, respingono ogni interferenza esterna. Sostengono che il governo non debba esercitare pressioni e che, una volta nominati, i vertici della banca centrale debbano rispondere solo dei propri obiettivi e servire in modo neutrale tutte le regioni, le nazioni e così via, come impone il loro mandato.
Dall'altro lato, le banche centrali esercitano un'influenza enorme sull'economia, incidendo indirettamente su tutto, dai tassi di natalità all'evoluzione della società. I loro vertici figurano regolarmente tra le 100 persone più influenti al mondo e le loro decisioni possono far evaporare intere economie. Soprattutto, la loro sfera d'influenza invade quella più propria dello Stato, come il potere di imporre tributi, battere moneta o dettare la politica industriale. Dato che l'inflazione prodotta dall'aumento dell'offerta di moneta va considerata una tassa occulta, i cittadini devono avere voce in capitolo, in modo democratico, sulle azioni della banca centrale. Altrimenti il comportamento della banca centrale può facilmente contraddire la scelta degli elettori e svuotarne le preferenze politiche e, con esse, l'intero sistema democratico. Certo, l'obiettore ingenuo potrebbe far notare che i membri della banca centrale sono nominati da rappresentanti eletti. Deve però essere chiarissimo che un'elezione indiretta, da cui scaturisce la nomina per 4-8 anni di un membro della banca centrale di fatto irremovibile, non è all'altezza degli standard richiesti per scegliere alcune delle persone più influenti del pianeta. Inoltre, nel caso dell'Eurozona il potere si riduce ulteriormente, perché ogni governo può incidere in modo significativo solo su una frazione dei vertici della banca centrale. Questo assetto aggiunge serie preoccupazioni di sovranità al lungo elenco di caratteristiche problematiche delle banche centrali.
Come il lettore attento avrà capito, questa struttura è destinata a fallire anche in teoria. Il nostro sistema di pesi e contrappesi e la separazione dei poteri non lasciano spazio a un'istituzione del genere e alla sua doppia aspirazione.
La pratica non fa che confermare questa tesi, perché i politici spesso fanno pressione sulle banche centrali affinché adottino misure più drastiche per rinviare la prossima recessione. Per quanto deprecabile, dal punto di vista dei politici è un comportamento ragionevole. Commentatori e politici concordano sul fatto che le possibilità di rielezione dipendono in larga misura dallo stato dell'economia. O, per dirla con la campagna di Clinton: «It's the economy, stupid!». Purtroppo i vertici delle banche centrali spesso cedono alle pressioni per vari motivi, che sia il desiderio di una vita quotidiana tranquilla o l'ambizione di essere invitati ai famigerati cocktail dell'alta società. Uno studio del 2021 ha rafforzato questa lettura, mostrando che i membri del consiglio della Banca centrale europea (BCE) provenienti da Paesi europei molto indebitati tendono ad assumere posizioni più accomodanti (misurate in base alle loro dichiarazioni pubbliche) rispetto ai colleghi dei Paesi europei poco indebitati.
La terza ragione per opporsi alle banche centrali è il loro ruolo nel distorcere i mercati. Danneggiano il meccanismo di mercato in tre modi: primo, distorcono i prezzi; secondo, salvano imprese in fallimento; terzo, riservano arbitrariamente un trattamento di favore a determinati soggetti e settori.
Per capire meglio quanto siano problematiche queste interferenze, conviene ricordare come funziona il mercato e quale ruolo ha nel soddisfare i bisogni dei consumatori. Innanzitutto, vale la pena ricordare che i prezzi delle attività finanziarie dipendono dal loro profilo di rischio e rendimento. Sappiamo poi che i prezzi di beni e servizi sono funzione della domanda e dell'offerta. Infine, dobbiamo cogliere il processo dinamico che permette al mercato di rispecchiare le preferenze dei consumatori. In questo processo, le decisioni d'acquisto quotidiane dei consumatori riflettono le preferenze non filtrate della popolazione e orientano il mercato attraverso il loro effetto sui prezzi. Quando i consumatori mostrano nei fatti una preferenza crescente per certi prodotti rispetto ad altri, la domanda aumenta e con essa i ricavi. Questo, a sua volta, consente alle imprese in ascesa di investire ulteriormente per ridurre i costi o migliorare il prodotto, innescando un circolo virtuoso paragonabile a un volano. Il processo di riaggiustamento continua finché le scelte psicologiche dei consumatori, espresse attraverso la loro disponibilità e capacità di acquisto, non si riflettono pienamente nel nuovo assetto del mercato. (Naturalmente, nella pratica questi processi dinamici non hanno mai un punto d'arrivo.)
Come anticipato, il comportamento delle banche centrali interferisce qui su tre fronti.
Quando le banche centrali aumentano l'offerta di moneta acquistando obbligazioni, gonfiano artificialmente la domanda, fanno salire i prezzi e scendere i rendimenti. Di conseguenza, i prezzi delle obbligazioni non riflettono più il loro rischio intrinseco. Come se non bastasse, si innesca un effetto a catena: una parte degli investitori in titoli di Stato si sposta sulle obbligazioni societarie, facendone scendere il rendimento. Una parte di questi, a sua volta, si sposta sulle obbligazioni ad alto rendimento, facendone scendere il rendimento, e così via. Si avvia così un circolo vizioso che costringe molti investitori ad accettare rendimenti più bassi o a passare a classi di attivi più rischiose. Nel complesso, l'effetto a catena porta a una compressione dei rendimenti e a un'assunzione di rischio artificialmente elevata. Inoltre, un rendimento artificialmente basso dei titoli (di Stato) favorisce indebitamente la spesa pubblica a scapito del credito ai privati.
In secondo luogo, le banche centrali salvano spesso, direttamente o indirettamente, le grandi imprese attraverso l'acquisto di titoli (per esempio asset-backed securities) o semplicemente offrendo ai governi possibilità di finanziamento a costi bassissimi. A prima vista può sembrare un'ottima cosa. È invece incredibilmente dannoso. A parte il fatto che le imprese falliscono perché non riescono a soddisfare i clienti, Joseph Schumpeter aveva capito che la storia del capitalismo è una storia di distruzione creatrice. Come una foresta ha bisogno di incendi occasionali per liberare nutrienti che permettano a nuove splendide piante di crescere, il capitalismo ha bisogno delle risorse liberate dai fallimenti aziendali. Così i nuovi imprenditori con idee rivoluzionarie possono accedere a basso costo alle risorse (anche umane) ed espandere rapidamente le proprie attività.
In terzo luogo, le banche centrali riservano un trattamento di favore a determinati soggetti in base agli acquisti di titoli che effettuano. La BCE, per esempio, ha praticato il cosiddetto green tilting per acquistare obbligazioni di emittenti «verdi». Ciò non solo solleva gravi questioni di legittimità democratica, ma altera anche il meccanismo descritto sopra, in cui sono le preferenze dei consumatori, espresse nei fatti, a decretare il successo di un'impresa. (Per non parlare della porta che si apre alla corruzione, data l'arbitrarietà con cui si dichiara «verde» qualcosa.)
Ultimo ma non certo per importanza, dobbiamo soffermarci sugli effetti dannosi della fissazione dei tassi d'interesse, che di solito si traduce in tassi artificialmente bassi.
Per cominciare, la combinazione di tassi d'interesse bassi e inflazione alta produce tassi d'interesse reali negativi. Se per le fasce benestanti della società l'effetto può essere trascurabile, per i più poveri questo scenario è particolarmente dannoso. La mancanza di reddito disponibile impedisce loro di investire in titoli. Vivendo spesso da uno stipendio all'altro, l'unico rendimento a cui hanno accesso è quello degli interessi sui conti bancari (fortemente legati ai tassi della banca centrale). Un mondo dominato da politiche monetarie espansive li espropria quindi lentamente, o li spinge verso speculazioni irragionevoli.
Inoltre, i tassi d'interesse fissati artificialmente nuocciono allo sviluppo dell'economia nel lungo periodo. Non dovrebbe sorprendere nessuno. Sappiamo da tempo che i prezzi minimi generano eccessi di offerta e i prezzi massimi carenze. Il tasso d'interesse, che è un prezzo, non fa eccezione. Come compresero Ludwig von Mises e Friedrich August von Hayek con la teoria austriaca del ciclo economico, un regime di tassi d'interesse imposto dall'alto produce marcati cicli di boom e crisi. In sintesi, tassi artificialmente bassi ingannano gli investitori inviando segnali di mercato sbagliati, cioè l'esistenza di abbondanti risorse inutilizzate, e li portano ad allocare il denaro in modo insostenibile. Gli investitori sono indotti a investire in progetti a basso rendimento che non sarebbero redditizi ai tassi di equilibrio. All'inizio può sembrare un bene: disoccupazione bassa e un'impennata dell'attività economica. Dopo la festa, però, arriva inevitabilmente il mal di testa. I progetti costruiti in modo dissennato si scontrano con la mancanza di risorse risparmiate, cioè con l'assenza di domanda. Ed ecco la crisi. Le imprese devono svendere risorse, licenziare dipendenti o chiudere i battenti per sempre.
Inoltre, per effetto della domanda e dell'offerta i tassi d'interesse salgono, aumentando la pressione sugli investimenti a basso rendimento. Questo meccanismo di correzione prosegue finché l'economia non è tornata sobria e le tossine non hanno lasciato il corpo economico. Il risultato di questa politica è un tenore di vita più basso di quello che si avrebbe altrimenti, perché troppe risorse vengono spese in modi non allineati alle preferenze dei consumatori e l'innovazione dirompente viene sostituita da progressi incrementali.
Esaminati gli svantaggi del sistema delle banche centrali, è ora chiaro perché Milei sia un convinto sostenitore della loro abolizione.
Ricapitolando, le banche centrali attaccano la moneta sana, colpiscono in modo sproporzionato i poveri e sono inconciliabili con le fondamenta di uno Stato democratico. Distorcono i mercati, offuscano la funzione dei prezzi come segnale di rischio e frenano lo sviluppo economico.
Detto questo, resta aperta la questione delle possibili alternative, così come quella della proposta pragmatica ma non ottimale di Milei. Una questione per un'altra volta.
«La rassicurante convinzione che il mondo abbia un senso poggia su fondamenta solide: la nostra capacità quasi illimitata di ignorare la nostra ignoranza». – Daniel Kahnemann
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Per portare uno Stato dalla barbarie più profonda alla massima prosperità non serve molto altro: pace, tasse leggere e una giustizia amministrata in modo accettabile.
Adam SmithLezione del 1755, riportata da Dugald Stewart