Economia e finanza

Il bene inatteso della caccia al trofeo

Articolo tradotto dall'inglese. Leggi la versione originale: The Unexpected Good of Trophy Hunting

Da decenni i Paesi africani si preoccupano della conservazione della biodiversità, in particolare della megafauna e dei predatori. Con lo sviluppo del continente si è affermata una forte dipendenza dall'agricoltura e, in molte zone, soprattutto rurali, gran parte della fauna selvatica era vista come una minaccia per il bestiame e per la vita di quelle comunità, anche perché a volte si contendeva le stesse fonti d'acqua. Questa percezione degli animali predatori come privi di valore in sé, o addirittura come un pericolo, ha portato a due conseguenze, la caccia eccessiva e il bracconaggio, anche quando erano state introdotte leggi a tutela delle specie a rischio. Per la popolazione locale la fauna selvatica non aveva alcun valore, e quindi si cercava di eliminarla; alcuni, accorgendosi di poterne ricavare un profitto che andava oltre il semplice controllo degli animali nocivi, decisero di approfittarne.

Se ancora oggi molti animali sono in pericolo, alcune specie stanno tornando a crescere grazie agli sforzi fatti per dare loro un valore economico. Un esempio emblematico di questo approccio capitalista è la Namibia.

Negli anni Sessanta i namibiani cominciarono a offrire la caccia al trofeo come servizio, soprattutto agli stranieri, e questa è diventata una delle fonti di reddito più redditizie del Paese. Nel 2007 la caccia al trofeo valeva il 2,3% del PIL, senza contare voli, alloggi, pasti e analoghi beni e servizi secondari che accompagnano questi viaggi. Questi costi accessori potrebbero addirittura raddoppiare la cifra. Non c'è stato solo un grande successo economico: anche le popolazioni di selvaggina grossa, cioè i grandi animali cacciati a scopo sportivo, come elefanti e giraffe, sono aumentate enormemente negli ultimi decenni. Dal 1995 la popolazione di elefanti della Namibia cresce a un tasso medio annuo del 5,36%. Per dare un'idea, nel Parco nazionale di Khaudum la popolazione è quasi ottuplicata nello stesso periodo (da 1104 a 7999 elefanti).

Questi sforzi di conservazione non sono stati indipendenti dall'intervento pubblico. Il governo, anzi, ha avuto un ruolo importante nel legare la conservazione alla definizione e alla delimitazione dei diritti dei singoli proprietari terrieri e delle comunità locali di trarre beneficio dalla fauna selvatica. Il permesso che deve essere rilasciato a ogni cacciatore prima di ogni battuta è uno di questi interventi. Ci sono regole rigide sulla quantità e sul tipo di selvaggina che si può cacciare: quasi esclusivamente maschi adulti, e non più di due esemplari per specie per cacciatore e per permesso. E questi requisiti hanno una ragione. In generale, i maschi adulti hanno già dato il loro contributo alla sopravvivenza della specie. E se l'elefante che vorreste tanto abbattere è troppo piccolo, la vostra guida di caccia vi dirà quanti pollici deve ancora crescere prima che possiate abbatterlo. Si possono cacciare anche le femmine adulte, purché non abbiano piccoli a carico.

Va notato anche che le guide di caccia prendono il loro lavoro sul serio. Le ragioni più evidenti sono la doppia pressione dell'abilitazione e della concorrenza per il posto. Gli esami teorici e pratici sono difficili e la lista dei candidati è lunga. È diventata ancora più lunga da quando l'esame teorico si può sostenere oralmente, perché molti scuoiatori e tracciatori conoscono a fondo flora e fauna ma non sanno leggere e scrivere bene. Inoltre, molte guide di caccia provengono da comunità che traggono un beneficio diretto dalla caccia al trofeo. Gran parte della caccia si svolge in aree di conservazione di proprietà di comunità tribali. Queste comunità hanno un accordo con il ministero dell'Ambiente e del Turismo in base al quale, in cambio dell'uso del territorio comune e della fauna, i cacciatori ottengono trofei e pelli, mentre la carne va alla comunità.

È chiarissimo che si tratta di una situazione in cui vincono tutti: i cacciatori ottengono i trofei per cui sono venuti, la popolazione locale si procura facilmente carne per le proprie comunità e gli animali ancora in vita vivono più a lungo e si riproducono di più, perché ora sono utili alla società.

Si potrebbe pensare che, essendo la caccia un'attività così redditizia, molti stranieri importino regolarmente armi da fuoco, il che desta apprensione nell'opinione pubblica. La maggior parte dei cacciatori porta con sé il proprio fucile e, ai fini della caccia, riceve un permesso temporaneo d'importazione con un massimo di 100 colpi per ogni fucile da caccia. Pistole, armi automatiche e balestre, invece, sono poco adatte alla caccia per la loro scarsa gittata e/o il rischio di danni collaterali, ed è per questo che per queste armi non si può ottenere un permesso temporaneo.

La Namibia è davvero un'eccezione tra i Paesi africani, al punto che nel 2019, durante il Great Elephant Census condotto nei Paesi africani, fu accusata di aver presentato dati falsi e di avere solo 5600 elefanti, contro i 24000 dichiarati dalle sue analisi interne. La Namibia però condivise i dati grezzi con l'African Elephant Database e le analisi interne furono confermate in modo indipendente. L'accusa ha probabilmente a che fare con il fatto che in molti altri Paesi gli sforzi di conservazione escludono il settore privato e non riescono a dare valore alla fauna selvatica agli occhi della popolazione locale, così gli animali (in questo caso gli elefanti) vengono uccisi o cacciati di frodo senza pietà.

Per chi ha convinzioni libertarie accese, la legge namibiana potrebbe perfino avere troppe restrizioni. Il Paese resta comunque un ottimo esempio di quanto il libero mercato sia utile ad aumentare la produzione di beni e servizi e la qualità della vita complessiva di qualsiasi economia!

Le opinioni espresse negli articoli sono degli autori e non rappresentano necessariamente quelle dell'associazione o dell'Università Bocconi.

Per portare uno Stato dalla barbarie più profonda alla massima prosperità non serve molto altro: pace, tasse leggere e una giustizia amministrata in modo accettabile.
Adam SmithLezione del 1755, riportata da Dugald Stewart

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